Noi, mentre lasceremo il monaco studiare il miglior modo possibile con che i suoi protetti venissero allontanati dal luogo periglioso della notturna assemblea, terremo d'occhio i preparatori della stessa riunione. Fino dal mattino, al comparire del sole, nella osteria dei Tre Mori era stato concertato che Bruto, Cacanastri, Narciso e quanti erano là piccoli capi tenessero pronti i loro affigliati, i quali, per tempo uscendo fuori delle mura, dovevano trovarsi dopo la mezzanotte nel sotterraneo di San Iacopo lungo il mare. Gli ordini erano corsi con molta celerità, e certamente non avrebbero mancato di trovarsi colà tutti coloro di cui un giuramento tremendo legava il volere a quello del Caprone.

Ma qual era lo scopo di tal ragunata notturna? Noi andiamo a dirlo ai lettori nostri onde non tenerli in tanta curiosità.

Il Caprone era uno dei più accaniti carbonari che la setta di allora contasse nella penisola; teneva sotto il suo regime la congrega di Toscana, combinando coi capi della setta esistente in altre provincie un decisivo movimento di sommossa. Così avevano prestabilito quegli sciagurati, ideando di far nascere un qualche disordine, cosicchè fosse impossibile alla forza regolare ed ai buoni cittadini il porre un rimedio ed estinguere un incendio su tanti punti scoppiato. In quella sera adunque doveva stabilirsi il giorno e l'ora.

Il cielo però non permetteva tanta sventura: un accidente impensato doveva impedire che l'adunanza avesse luogo a risparmiare alla città le orribili conseguenze dei furori dell'anarchia. Sul far del mezzodì era insorta lite, a causa di una pezzuola rubata, fra Topo e Cacanastri; Topo aveva sul ponte di Venezia dato una stilettata al compagno, il quale, moribondo, veniva dalla compagnia della Misericordia trasportato allo spedale. Topo, sebbene espertissimo in fuggire fino allora dai birri, questa volta non aveva potuto riuscirvi; imperocchè, datosi a gambe per la via dei bottini dell'olio, nel voltare dalle Fontine per la via delle Carceri, si era imbattuto in una squadra che per caso passava da quella parte; sicchè piombò proprio negli artigli del falco.

Tradotto al cospetto del giudice, Topo, seguendo l'esempio dei vili, pensò di salvare sè stesso ruinando i compagni; onde interrogato dal magistrato sulla cagione dell'omicidio:

—Se vosustrissima mi fa aver l'impunità, le dirò tutto senza preamboli.—

E qui sfilò, come suol dirsi, la lunga corona, dicendo essersi finto settario e, venuto in sospetto del congiurato Cacanastri, aver pensato bene con una pugnalata spicciarsi di lui. E quindi narrò ciò che sapeva intorno alla congiura ed alla adunanza della prossima notte. Fortunatamente per i congiurati, il magistrato non lo interrogò sui nomi di quelli, riserbando ad altro momento un nuovo e più solenne interrogatorio, per prendere intanto consiglio da più alto personaggio e giudice intorno alla investigazione e i passi da farsi per tutti in un colpo avere in mano i settari. Topo, che si credeva potersene ir libero a casa sua, venne invece fatto tradurre in una delle più strette prigioni.

Gli altri congiurati intanto nulla sapevano del progetto loro per metà scoperto da Topo; stavano in breve per esser côlti al laccio. I nostri lettori sentimentali proveranno un certo ribrezzo nel vedere sull'orlo del precipizio l'entusiasta Giovanni, l'appassionata Rosina, il focoso Alfredo e la fantastica Esmeralda. Ma chi sa poi…. tiriamo innanzi il racconto.

Il ferito Cacanastri stava sul punto di esalare l'anima impura sopra un letticciuolo dello spedale di Sant'Antonio. Un confessore ascoltava la lunga storia de' suoi delitti e peccati, e questo ministro di Dio era quell'istesso padre abate che noi vedemmo poco fa presso Rosina. E come ciò? Ecco come.

Il padre abate traversava la strada quando il ladro era caduto immerso nel proprio sangue. Trattandosi di un moribondo, il buon sacerdote si curvò sovra di lui e non volle abbandonarlo nè mentre fu posto in lettiga nè per la via nè allo spedale, avendo già incominciato a confessarlo. Iddio aveva preparato l'incontro. Il buon padre colla confessione del ladro rannodando i fatti del racconto di Rosina, fortunatamente giunse a scoprire il ricovero di Esmeralda: ed appena spirato quel ladro, non frappose indugio a muovere verso l'osteria dei Tre Mori. I Veneziani di Livorno, se avessero veduto tutt'altri avvicinarsi alla caverna dei contrabbandi, lo avrebbero fatto a pezzi: ma trattandosi di un religioso, in ispecie di un padre abate di Montenero, padre mitrato e che ha il pastorale come i vescovi, eglino che, mentre non hanno scrupolo di rubare ed ammazzare, sono peraltro ciecamente, superstiziosamente ed anco bizzarramente devoti, si fecero a chiedere al padre la benedizione; le donne affollate a baciargli la tonaca, gli uomini a dimandargli la presa di tabacco: ed egli, profittando di quella cortese accoglienza, potè farsi additare la tana, alla quale avendo picchiato, poco dopo entrò.