Ah di qual patetica scena doveva esser egli testimone! Su di un piccolo letto di quelle luride stanze stava la bella, la già orgogliosa Esmeralda. Ai suoi piedi travisato da marinaro il giovane ufficiale Alfredo. Impossibile sarebbe dare una precisa idea del loro colloquio.
—Io ho giurato di venire al convegno ed ho giurato di recarvi una sorella; io vi andrò, sì, ma nè mia sorella nè tu vi verrete.
—O mio Alfredo, diceva la sventurata, che mai pensi? deh! non opporti a Giovanni; egli ti crederà un traditore, ti ucciderà.
—Sia pure! esclamava Alfredo, ma voi due mie care donne non mai vi troverete ad un tanto periglio, a quello di perder la testa su d'un patibolo.
—E che? diceva Esmeralda, e che? siam forse colpevoli noi?
—Cara, innocente e appassionata creatura, la tua semplicità ti vieta conoscere il vero.—
Esmeralda sorrideva come quando era fra le tribù dell'Ohio.
—Deh! non sorridere…., sclamava Alfredo, deh! non sorridere; il tuo sorriso mi fa l'orror della morte.—
Esmeralda dal sorriso era passata al riso sprezzante.
—Hai paura? gli diceva, hai paura? ebbene andrò sola: io ho il mio pugnale.—