Alfredo ignorava chi veramente fosse Esmeralda, ma però sentiva crescersi l'amore nelle vene. L'amore ch'ei le portava era, per così dire, raddoppiato. E l'amava come donna e come madre del figlio suo.
—Ascolta, Esmeralda, soggiungeva: sia pure che tu e io non curiamo la vita; ma puoi tu compromettere l'esistenza di quella creatura che porti nel seno?—
Era la prima volta che Esmeralda sentiva pronunziare simile parola. Il sentimento di madre parve la colpisse. Stette silenziosa alquanto. Alfredo a mani giunte aspettava una parola confortante; ei l'implorava, ma la giovane, dopo di essersi terso con la mano l'affannoso sudore della fronte,
—Ah, dovere di madre! sì, dovere di madre! io lo conosco, ma, prima che nascere schiava, la mia creatura morirà nel seno materno.—
Questa ultima decisione aveva agghiacciato le speranze e l'ardire d'Alfredo; una idea disperata gli si affacciò alla mente.
—Senti, gridò all'amante; il cuore mel dice, pur troppo mel dice, la via che calchiamo conduce al patibolo. Almen sia salva la sorella: morte per morte, val meglio trucidarsi che morire infamati.—
Proferiva questi dolorosi accenti fuor di sè stesso, alto levando uno sguainato pugnale; già stava per immergerlo nel seno dell'amante, che lo guardava impassibile, per poscia cacciarselo in cuore, quando il monaco, entrando in quell'istante, di sulla porta gridò:
—Infelici! io vengo a salvarvi.—
CAPITOLO VII.
Le catacombe.