Lungo la scogliera delle spiagge di San Iacopo esisteva una sotterranea galleria scavata nel tufo. Forse le onde del mare coll'andare dei secoli addentrandosi nella terra aveano formato quella volta naturale; e l'acqua col volger del tempo ritirandosi aveva lasciato asciutto quel sotterraneo. La sua apertura, nascosta fra gli scogli coperti di alghe e piante marine e quasi turata dalla arena trasportatavi dai flutti, a pochissimi era nota. Attualmente essa è rimasta così ingombra che non può discernersi se non se da colui che abbiala veduta assai anni addietro. Il sotterraneo, che si estendeva molte e molte braccia, penetrava al di sotto della chiesa attuale: e nei primi secoli del cristianesimo, quando nei luoghi dell'attuale chiesa vi era un convento, probabilmente quella galleria, comunicando colle tombe della chiesa del cenobio, aveva servito di ritiro alle meditazioni di quei religiosi e forse di nascondiglio a non pochi dei primitivi cristiani, furiosamente perseguitati dai pagani, signori del mondo. Comunque la cosa sia, è un fatto che là dentro eransi rinvenute non poche ossa, mentre gran quantità di teschi ed umane reliquie si erano scoperte non lungi da quel cenobio verso la riva del mare, dove era ed è il superbo passeggio dell'Ardenza.
Gli archeologi e gli storici avrebbero potuto dirci con precisione a che cosa avesse servito in origine quel sotterraneo: i secondi se pure lo avessero creduto oggetto degno di occupare le gravi pagine dei loro scritti, ed i primi qualora non avessero preso qualche lucciola per lanterna. E qui (sia detto con buona pace) un romanziere, ricordando L'antiquario commedia dell'immortale Goldoni, e L'antiquario romanzo del celebre Walter Scott, non può trattenersi dal ridere sulle dotte asserzioni di coloro che, al lume dell'intelletto, hanno creduto penetrare con passo sicuro nel buio di centinaia di secoli. Concludo adunque che nulla mi cale di sapere quando il mio sotterraneo sia stato abitato e da chi; come anche nulla mi cale se certi zerbinotti increduli mi forzassero a dimostrar loro il suo sito, ed io non potessi additarlo. Se coloro che son vivi non lo hanno veduto, lo vedranno nel mio romanzo, giacchè per il buon andamento del racconto basta che ci sia stato: e quelli che lo hanno veduto e che non son più, non sanno nulla del mio scritto, il che mi risparmierà degli interrogatori noiosi. E poi in ultima analisi il mio sotterraneo è quello che era il luogo delle Acque di San Ronano del gran romanziere inglese: ci era, adesso non c'è più; ed è meglio, perchè infatti chi sa che paura ne avrebbero le modestissime damine e pedine cui piace il passeggiare cogli amanti nel bel sito che ora è lungo la via di San Iacopo, se sapessero che a pochi passi da dove fanno tranquillamente sospiri amorosi e si ricambiano dolci parolette esiste un sotterraneo di catacombe? Ma ritorniamo a a noi: come io dunque diceva, il sotterraneo aveva la sua entrata fra gli scogli e dopo un cento passi la volta si faceva stretta, ed il terreno si approfondava con sensibile declivio; talchè, camminando fra quelle tenebre, avresti creduto di essere entrato in quello da cui il vecchio Enea passo passo se ne andò alle porte dell'Averno. Il mio sotterraneo peraltro non era tanto lungo; poichè dopo circa quattrocento passi si arrivava ad un ripiano che formava un quadrilatero non disdicevole ad una grandiosa sala da ballo; le muraglie erano tutte di tufo e di conchiglie. Questa sala, tutta a volta spaziosa, comunicava con due lunghe gallerie; da queste metteva in altri due salotti più lontani e più grandi del primo; sicchè, come ognun vede, quella gran sala potea dirsi l'anticamera, e le altre potevano essere usate per luogo di numerosa riunione. È facile l'imaginare come quel luogo offrisse tutto il comodo di parlare ad alta voce, poichè quelle pareti non avevano orecchie, ed il suono non avrebbe giammai oltrepassato il palco della spessezza di un terzo di miglio di terreno. Egualmente impossibile sarebbe stato a qualunque curioso il sentire il cicaleccio di coloro che erano dentro stando all'estremità della grotta, sì perchè lo avrebbe impedito la lontananza, sì perchè il fiotto marino che incessante sbatteva gli scogli avrebbe spento anche la voce del basso Lablache nella cavatina del Figaro e i trilli della Malibran nelle cadenze finali della Sonnambula.
Ecco dunque che la nostra caverna era più che idonea al misterioso ritrovo di quei fanatici, i quali si eran posti in idea di rinnovellare il mondo sociale, tanto per tutelare la loro personal sicurezza quanto per la libertà di parlare a voce alta; il che suole accadere bene spesso in quel genere di assemblee. Al capo di quella segreta società non era sfuggito un luogo così magnifico, del quale era stato da lui scoperto l'ingresso in uno di quei momenti melanconici in cui passeggiava lungo la riva del Tirreno, e, per quanto crediamo potere asserire, quel luogo stesso in tempo di vacanza di congiure erasi più volte adoperato per dar ricetto ad ogni sorta di contrabbandi. Ma adagio, qualche lettore perito di cose marittime mi dirà: e come mai le guardie delle torricelle del vicino lazzaretto non vedevano andare e venire i frequentatori del sotterraneo? ed in tal caso come mai non far loro fuoco addosso? Sì, certamente, rispondiamo all'obiezione, che le guardie avrebbero ciò fatto; tutto sta che avessero veduto: ma la situazione dell'ingresso fra i due scogli era tale che prometteva ogni sicurezza di stare al coperto dagli sguardi altrui: e poi ognun sa che i ladri, i congiurati e gli amanti hanno amica la notte ed il passo così leggiero quasichè sempre portassero scarpe colla suola di velluto o di feltro; ed in ultima analisi guardia vien da guardare, ed ognun sa che molte volte si guarda e non si vede.
La prima sala delle catacombe aveva per pavimento il nudo suolo; quella a cui metteva l'ala destra del sotterraneo quando dalla sala si partiva in due era tutta sul pavimento coperta di un largo tavolato di grosso legno, il che dimostra che coloro i quali ne facevano uso avevano cura di tenere i piedi all'asciutto, o per qualche altra ragione adesso a noi sconosciuta avranno creduto bene che quel pavimento dovesse essere di grosse tavole di abete. La sala che noi abbiam descritto non aveva che un rozzo e gigantesco tavolo tondo con intorno una quantità di sedili dell'istessa forma e rozzezza. Alle pareti erano attaccati grossi anelli di ferro i quali sorreggevano dei candelabri tutti rugginosi dalla salsa umidità, sovrapposte ai quali grosse padelle di metallo con entro strutto o sevo e bitume, che una volta accese tramandavano tal rossa e funebre luce da far abbrividire qualunque buon cristiano; e siccome il fumo avrebbe certamente soffocati coloro che si fossero radunati in quella profonda caverna, al di sopra di quelle bizzarre e quasi infernali lucerne esisteva scavata nel tufo una specie di cappa non dissimile da quella dei nostri camini, la qual cappa metteva nel corridore primo del sotterraneo, da dove il fumo usciva per la imboccatura della grotta. La sala da noi descritta conteneva appesi al muro grossi triangoli di ferro, simili assai alle nostre graticole su cui poniamo le casserole e le pignatte, i quali triangoli, per quanto assicurano gl'intelligenti in materia di sette, erano altrettanti oggetti indispensabili a quei fanatici. Oltre i triangoli, vi avevano in quel luogo varie forchette a tre denti, dei dadi a tre facce, in somma il numero tre era molto ripetuto in quel luogo; ed in un quadro di grossolana pittura si mirava finalmente entro un triangolo dipinto uno sterminato occhio di bove. Quella sala era chiamata sala del comando o del gran maestro, poichè era in quella che gl'iniziati alla setta dovevano subire le strane prove per la definitiva ammissione e proferire il più terribile giuramento. La seconda sala, quella in cui metteva la galleria a sinistra, era chiamata sala d'aspetto, e là avevano luogo le abluzioni dei candidati, ed ivi si vedeva una gran vasca ad uso di bagno, un gran camino per scaldare le acque, caldaie, paioli, ecc., in somma vi erano tutti gli oggetti indispensabili alla cerimonia: quella sala era detta ancora la sala della purgazione.
Ahimè! lettori carissimi, questa sala a causa della arena che la ingombrò e delle alghe marine spintevi dai venti di libeccio è andata con le altre del tutto perduta, come un tempo si perderono le grandi città di Ercolano e di Pompeia! Ah! il tempo guasta gran cose, ma egualmente di grandi ne accomoda; e d'altronde è possibilissimo che fra diciasette o diciotto secoli qualche colono nel solcare la terra scopra le sale che vi ho descritte, ed i sapienti di quel tempo ne facciano una dottissima illustrazione degna di esser premiata dalle accademie che allora saranno nel mondo, a cui auguriamo ogni sorta di prosperità letteraria e scientifica.
Terminata che abbiamo appunto la descrizione delle catacombe, noi saremmo per introdurvi i lettori onde vedessero da per sè le cose descritte; ma riflettendo che essi ameranno più assai il vederle coll'occhio della mente quando il Caprone vi avrà introdotti i suoi aderenti, riteniamo dare nel genio dei lettori stessi riconducendoli nell'osteria dei Tre Mori allorquando il colloquio di Esmeralda e di Alfredo venne interrotto dall'improvvisa comparsa del monaco vallombrosano. I due amanti rimasero così colpiti a quella subita apparizione che non seppero proferire un accento.
I lineamenti del monaco erano ad essi affatto sconosciuti. Non così al monaco la fisionomia di Esmeralda, sebbene fosse la prima volta che si trovava al cospetto di questa fanciulla.
—Amalia! sclamò; gran Dio!
—Amalia…. Amalia…! gridò alla sua volta la fanciulla.
Alfredo non sapea come spiegare la venuta del nuovo personaggio e le parole di lui non meno che quelle dell'amata giovane. Dal mattino in poi egli era passato di emozione in emozione, di orgasmo in orgasmo; quanti affetti! quanti dolori!