Topo è in carcere. Passato il primo bollore della paura, costui si è pentito della rivelazione fatta così su quel subito dell'arresto; sapeva il birbante che, una volta sfuggito dalle unghie della giustizia, poteva cadere in quelle dei settari, i quali certamente a seconda dei loro terribili statuti l'avrebbero spedito all'altro mondo senza processo. Dunque si era pentito e, per riparare alla imprudenza, faceva giuro a modo suo di non dir altro. Caspita! diceva fra sè nella prigione: la tortura e quelle macchinucce con cui strappavano ai tempi antichi la verità dalla bocca dei rei non ci son più; sicchè non ho paura di corda, di argani, di caprette, di quegli ordigni che ho sentito tante volte nominare in un libro che il signor Bruto leggeva all'osteria dei Tre Mori. Dunque non ci son più, ed io?… resta sempre da imparare. Dopo che in carcere ci sono stato tante volte, questa volta l'ho fatta proprio da somaro e non da topo, e sì che i topi son furbi; sono stato tante volte fra le unghie del gatto e ne sono bravamente scappato senza lasciargli in bocca del mio pelo. E adesso?… Ah! proprio l'ora del minchione viene ai più furbi, e d'altronde ero tanto acciecato dalla rabbia…. quel birbante di Cacanastri voler per sè la roba rubata da me. Caspita! gli uccelli sono di chi li chiappa. Io con lui non ho agito così quando l'altra settimana rubò quella collana di perle all'erbaiola di piazza e la portò a vendere al signor Basilio, cioè al signor Giuda: cospetto! io non dissi mica: gliela voglio portar io. Ognuno che va da quel galantuomo ci deve portar ciò che busca. Birbante di Cacanastri! ma almeno dal signor Giuda ci andrò io solo. Gran galantuomo che è quello! paga a contanti, e si sapesse mai nulla! è più segreto del muro. Ma, soggiunse, se ho fatto male, farò emenda da me, il signor giudice non saprà più nulla: se ha voglia di gridare, di urlare, di minacciare, di spezzare il campanello, per me saranno le sei*.
* Espressione volgare di quell'epoca, che equivarrebbe: a non so nulla.
Mentre Topo faceva questi discorsi fra sè udì in uno degli anditi delle carceri dei domenicani* una voce che accompagnandosi col tintinnio del mazzo delle chiavi cantava l'appresso stornello.
* Luogo detto così volgarmente.
Che mangerà la sposa la prima sera?
Un mezzo piccioncin*.
* Canzonaccia popolare di quei giorni.
—Veh! veh! questa voce non m'inganna; è Caicchia il fruttaiolo di via San Francesco; no, è del suo figliuolo, quel monello che non ha mai fatto nulla di bene.
—Oh! oh! Caicchia.
—Chi mi chiama? rispose la voce.
—Son io, è Topo che hanno fatto cascare nella trappola: ma tu sei dentro?