— La Venere d'acqua dolce è il più maraviglioso fenomeno che mente umana possa immaginare. Esso avviene in Abruzzo, e si svolge, tempo permettendolo, in parte sulle rive e in parte nelle acque dei suoi fiumicelli. E quando uno lo vuol vedere, non ha da far altro che scendere sulle sponde di uno di cotesti fiumicelli, mettersi a sedere su l'erba, fra il rabbrividire delle canne tendenti a rifiorire, e aspettare: il resto viene da sè. E questo resto non solo viene da sè, ma, tranne qualche piccola variante, viene sempre nello stesso modo. Tu, per esempio, sei seduto e aspetti? Ebbene, quando meno te lo aspetti, all'improvviso, il vento ti reca un sentore di carne. Tu ti volti dalla parte del sentore, e vedi scendere verso il fiume una donna dalla pelle bronzina di mulatta, florida e bionda non che seminuda. È la Venere fluviale! Tu la lasci scendere e rimani fermo a vedere che cosa succede. Una cosa semplicissima! Ella appena è arrivata sulla sponda della riviera prima, per necessità della rima, si mette a fiutare il vento come una levriera, e poi si gitta nel fiume e vi si immerge, fra un gregge di foglie, fino all'ombelico. Tu la lasci fare, ma quando ti sembra arrivato il momento opportuno incominci a bramire come un cervo in disio. Allora la donna dalla pelle bronzina si volta e, invece di scappar via o di pigliarti per matto, si mette a imitare anche lei il bramito del cervo, e di bramito in bramito ti viene accanto. Tu allora, senza tanti complimenti, la pigli per le braccia e irrigidisci come forse non ti sei mai irrigidito e come certamente non t'irrigidirai mai più. E questo è tutto! Però qualche volta ci potrebbe essere anche dell'altro, perchè se mai l'irrigidimento accadesse nel plenilunio di calendimaggio allora nel momento più culminante dell'irrigidimento suddetto i pioppi che sono consapevoli incomincerebbero a cantare in coro e il letargo vegetale sarebbe rotto da un fragoroso scampanìo. Ma del resto anche se ciò avvenisse non ci si dovrebbe badare, prima perchè i pioppi se sono consapevoli sono anche discreti, e poi perchè lo scampanìo non verrebbe da nessun campanile vicino, ma dal peccato d'Eva squillante a gran martello nelle giovini carni come sopra sonore lamine di metallo.

Ohimè! Come ve la potrei descrivere la sorpresa dalla quale io fui fulminato, quando appena messo il piede in Abruzzo io mi avvidi che di tutte quante le cose mirabili ed incredibili delle quali avevo parlato ai miei amici, qui, in questa Terra Vergine non ne esisteva neppure l'ombra?

Ohimè! Le querce e i pioppi? Ma che metalli d'Egitto! Sono proprio di legno come gli alberelli della nostra Via Nazionale. Gli uomini e le donne? Ho picchiato con le nocca sulle loro carni, perchè talvolta l'apparenza inganna, e invece di trovarli di bronzo e di rame, li ho trovati tutti di carne e d'ossa come noi. La luna di platino, il cielo di cobalto, le nubi di madreperla, le foreste di ametista, le radiche degli alberi fatte di vipere morte, i pioppi consapevoli e discreti, i fiumi fedeli, i cefali bianchi e le altre mille cose straordinarie, che io avevo lette tante volte in poesia, ed ero certo di trovare qui in prosa, le ho ancora da vedere. Son rimasto seduto non so più quanto su le rive di un fiumicello in attesa della Venere fluviale: è venuta una contadina: le ho fatto il bramito del cervo in disio, e se non scappavo presto m'accoppava! Ho seguito per lunghe e lunghe ore la gente delle città e delle campagne nella speranza di udire qualche vibrazione: tempo buttato! Le nari non le ho sentite vibrare altro che quando questo popolo forte e gentile si soffia il naso, magari con le dita; le terga.... Ah! le vibrazioni delle terga le ho intese una volta e m'auguro di non sentirle mai più.

Eppure anche senza vibrazioni poetiche di alcun suono e senza cose e persone provenienti da preziose fonderie letterarie questa degli Abruzzi è certamente la bellissima fra le più belle regioni d'Italia. Ricordo ancora le parole di maraviglia che fiorirono sulle labbra dei miei amici allorchè essi, usciti dalla capanna miserabile, ove ci aveva portati l'inganno tenebroso del fosso maledetto, videro il sole sorgere trionfalmente dalla cima candida del monte Giano e percuotere coi suoi raggi d'oro un rincorrersi glorioso e infinito di montagne azzurre e violacee rivestite di castagni e di querce, di faggi e di carpini, e sfavillanti di neve.

Era una di quelle mattine limpide ed abbaglianti d'autunno nelle quali talvolta il cielo e la terra, i monti e le acque, gli alberi e le piante, prima di inoltrarsi nella tristezza invernale, par che vogliano ancora una volta allietare il viandante con gli incanti innumerevoli delle loro forme e dei loro colori. Dovunque volgevamo gli sguardi, fra l'erbetta verde, e rilucente di rugiada, migliaia e migliaia di piccoli fiori gialli, rossi, bianchi e turchini tremolavano e risplendevano nell'aria vitrea e profumata sotto al sonoro ronzio delle api. Intorno a noi, via via che il sole s'innalzava sui monti, tutto pareva ingrandirsi a poco a poco e farsi più bello, più lucente, più vivo: e un venticello frizzante, ma piacevole ci invogliava a camminare.

Per isfuggire alle insidie di altri fossi prendemmo con noi un contadino esperto conoscitore dei luoghi, e mentre dalle macchie basse e vicine veniva un festoso zirlare di tordi, lasciammo la strada bianca che porta a Rocca di Corno, e per sentieri umidi di brina, fra le cui siepi vive svolazzavano i pettirossi e gli scriccioli, salimmo alle Vignòle, ove alcuni pochi filari di viti avean già coperto il terreno con le loro foglie gialle e cineree; entrammo nel letto ghiaioso di un torrente e incominciammo la salita del monte. All'improvviso la terra ci tremò sotto ai piedi e dietro a noi scoppiò un fragore infernale. Un treno uscì dalla bocca nera di una galleria, traversò fischiando come un rettile enorme un breve spazio di roccia, entrò in un'altra bocca nera di un'altra galleria, che sembrò inghiottirlo, e disparve. Figlio d'un cane! Gli bastarono pochi istanti per insudiciare col fumo del carbone il cielo sereno e per impuzzolire l'aria pura con un nauseoso fetore di olio rancido e di grasso abbruciacchiato.

A liberarci dal fetore ferroviario ripigliamo subito il cammino, e quando, dopo una non piccola fatica, ci riesce di levare i piedi dal letto del torrente ci troviamo dinanzi a macigni colossali: strisciandovi addosso con molta pazienza li giriamo, e allora, fra le giogaie vicine del monte Terminillo e quelle lontane del Gran Sasso appare ai nostri occhi una immensa pianura ondulata e verde, solcata da fiumi e seminata di paesi, digradante nell'azzurro fino all'Adriatico. Alla vista del maraviglioso spettacolo noi ci sentiamo conquistare da una letizia indicibile; ma il contadino che ci accompagna, serio e taciturno, la nostra letizia non la divide per niente affatto.

Il superbo panorama di cui noi godiamo ei non lo degna neppure del più modesto dei suoi sguardi, e tutta l'attenzione della quale egli può disporre la concentra sulle nostre umili persone e rimane a guardarci a bocca aperta. Insomma per lui il suo panorama siamo noi! Ciascuno ha il panorama che si merita.

Dopo un breve riposo proseguiamo la salita: traversiamo a gran fatica vasti campi di neve molle, affondandovi fino a mezza gamba; torniamo ad arrampicarci su rocce aspre, e dopo di aver pestata ancora neve e superate altre rocce, finalmente arriviamo sulla cima. Un vento che ci porta via ci costringe ad accovacciarci subito fra alcuni scogli; e quivi al riparo della formidabile borea confortiamo i nostri occhi con la vista di un panorama magnifico. e il nostro stomaco con una modestissima colazione. Ma appena finisce la colazione finisce anche il vento, e col vento finisce, ahimè, anche il panorama; poichè gruppi numerosi di nuvole grige, salendo a poco a poco da tutti i lati del monte, ci avvolgono, piovigginando, in una nebbia fitta fitta, e ci consigliano di incominciare la discesa.

Poco prima di rientrare in Antrodoco incontriamo l'ombra umida della sera, che, uscita appena dalle gole del Velino, incomincia a salire adagio adagio sul monte da cui noi discendiamo. Le auguriamo il buon viaggio, e, dopo una breve sosta nell'albergo dell'Europa, ci rechiamo alla stazione. Colà un vecchio contadino mi si avvicina, guarda con molta attenzione le mie scarpe, e mi dice a voce bassa, come se volesse rubarmi un gran segreto: