— Che sei stato a fa' lassù in cima?
— Dove?
— Lassù in cima! — ripete il contadino, indicandomi il monte Giano su la cui vetta si spengono gli ultimi chiarori del crepuscolo.
— Niente! — gli rispondo — Lassù in cima ci sono stato per divertimento.
— Per divertimento? — esclama il vecchio con voce incredula. — Per divertimento? — e rimane per qualche istante in silenzio: poi guardandomi con gli occhietti arguti, soggiunge tentennando il capo: — Ma scusa, lei non tieni niente de meglio da fare a casa tua per venirete a scapiccollà' fra 'sti sassi?
Fortunatamente il treno arriva in buon punto per liberarmi dal contadino e dalla risposta che pur troppo, dovrei rispondergli.
UN CONGRESSO ALPINO (1887)
Due anni addietro, allor che fui sul punto di lasciar Roma per recarmi a visitare i mercati di Bombay, le rovine dell'antica Delhi e il sacro Gange, nelle cui acque si specchiano i templi della santa Benares, le parole di commiato che mi sentii ripetere a sazietà da quanti si interessavano al mio viaggio furono queste: — Preparati bene la tua valigia delle Indie, e di laggiù scrivici: non far l'indiano! — Nell'estate dell'anno scorso mentre stavo per andarmene in Ispagna non mi riusciva di incontrare un amico senza che egli non mi offrisse un vermouth per poi potermi dire: — Bevi ora, perchè quando sarai in riva al Manzanare non beverai più. Lo spagnuolo non beve! — E quando infine qualche giorno fa partii da Roma per pigliar parte alle gite del decimonono congresso del Club Alpino Italiano, le parole che mi perseguitarono non soltanto lungo le vie dell'Urbe, ma anche durante il viaggio furono le seguenti: — Se vai al congresso alpino, divertiti; ma non ascendere il Monte di Pietà! — E le suddette parole mi molestarono tanto che, per non sentirmele più ripetere, feci ovunque ogni sforzo per dissimulare la mia qualità d'alpinista, e appena il treno arrivò a Vicenza, e un signore con una coccarda azzurra all'occhiello mi venne incontro a dimandare se io era del Club Alpino io senza rispondergli, fuggii fuori della stazione e salii nell'omnibus dell'albergo dei Due Mori ove il signor Tito Libetta aveva già pigliato posto con la sua valigia, sul cui dorso il nome e cognome di lui si leggevano ricamati in seta rossa non che in bellissima calligrafia.
Mentre l'omnibus attraversava una vastissima piazza ombrata da splendidi filari d'ippocastani, il signor Tito mi fece sapere che veniva a Vicenza per farvi delle ricerche storiche, e non appena il carrozzone entrò nella porta della città, ove una torre medioevale illuminata dal sole rosseggiava sul cielo azzurro mi confidò che la storia di Vicenza era una storia molto interessante.
Non temete che io vi ripeta tutto quello che egli mi disse, mentre l'omnibus sobbalzava sulle pietre delle vie vicentine imbandierate. Sarebbe anche inutile, perchè la storia antica di una nostra città moderna è sempre la medesima storia; e chiunque, sol ch'ei lo voglia, se la può cucinare da sè. Ne volete la ricetta? Eccola. «Si pigliano degli aborigeni, dei pelasgi, degli etruschi, dei greci e dei romani con qualche Giulio Cesare, dei galli e, se se ne trovano, dei cartaginesi con due o tre pezzetti di Annibale, figlio di Amilcare Barca, e si mescolano insieme. Quando sono bene uniti ci si mette sopra un po' di Costantino con un pizzico di «quanto mal fu matre», e si fanno cuocere a fuoco lento. Poi, appena incominciano a rosolarsi, si insaporiscono con una salsa di goti, visigoti, ostrogoti, vandali, unni, longobardi e franchi con uno spicchio di Carlo Magno, con una cucchiaiata di Leone terzo e con un pochino di Pipino (volendo, secondo i gusti, vi si possono aggiungere anche dei guelfi e ghibellini con qualche filetto di Barbarossa), si levano dal fuoco, si lasciano raffreddare, e al momento opportuno si serve in tavola».