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Prima di visitare la città mi recai alla sede della sezione vicentina del Club Alpino dove trovai moltissimi alpinisti di tutti i monti e di tutte le pianure della penisola, che ritiravano le tessere per prender parte alle gite indicate nel programma del congresso. Della sezione romana vidi pel primo il nostro segretario Abbate, poi il pittore Zoppi, il roseo e biondo Bonfiglietti, Memmo Ricci, l'ingegnere Minerbi e l'amico Dino Spadini, valente alpinista e incomparabile costruttore di bisticci, di freddure e di altre simili scimunitaggini. All'uscire m'imbattei con Guido Fusinato, che, arrivato allor allora da Torino, veniva anch'egli a ritirare le sue tessere. Non ci eravamo più visti fin da quando avevamo lasciato la Spagna, e dopo esserci abbracciati rievocammo con calda parola i ricordi di Madrid, di Toledo e di Barcellona. L'amico Spadini osservò subito che non valeva la pena di starci tanto a commuovere, perchè tra il viaggio di Spagna e questo di Vicenza non v'era per noi altra differenza se non un semplice e meschino «i». Difatti — ci disse — in Ispagna eravate sui colli iberici, qui invece siete su quelli berici.

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In piazza dei Signori sorge la mirabile basilica: il vecchio palazzo della Ragione, che il Palladio restaurò, aggiungendovi le logge esterne. Come tutte le opere del sommo architetto, la grande fabbrica va famosa per la semplice eleganza delle linee e per la grandiosa correttezza delle proporzioni. Ora, nella maggior sala dell'edificio nobilissimo, v'è un'esposizione di piccole industrie, ordinata a cura della sezione vicentina del Club Alpino Italiano.

Visitai la piazza dei Signori, in compagnia dello Spadini mentre l'ultimo raggio del sole dorava la cima della torre maggiore, che sorge a fianco della basilica, i cui marmi son pittorescamente coloriti dal tempo, il quale, dopo il Tiziano, è il più grande coloritore che io mi conosca. In fondo alla piazza un grande palco per l'estrazione di una tombola sorgeva sulla folla nera, fra due colonne antiche, sopra una delle quali sta fieramente posato il Leone di S. Marco, e su l'altra sta mite e ignudo il Redentore, che guardando il suo vicino sembra dirgli: — Tu hai le ali; ma io come faccio se voglio scendere? — Dai balconi si affacciavano gruppi pittoreschi di donne, e di tempo in tempo s'udiva fra il brusìo della folla la voce stentorea di un banditore che annunciava i numeri che un signore vestito di nero estraeva da un'urna di vetro. Mentre ero lì lo sguardo m'andava insistentemente sulla altissima torre, ove una lapide ricorda i nomi dei vicentini che caddero difendendo le loro terre dalle soldatesche austriache. Fu appunto sulla sua cima che nel 1848 venne inalzata la bandiera bianca per annunciare agli assedianti che la città, flagellata dalle artiglierie, straziata dalla fame e da mille tormenti era costretta a chieder tregua; ma al vederla il popolo ruggì di rabbia, e, tumultuando, urlò che si abbattesse. Allora s'udirono echeggiare alcuni colpi di moschetto. Gli eroi non soffrendo tanta umiliazione, colpivano con le ultime cartucce rimaste nelle loro giberne il segno della resa.

Uno squillo di tromba mi fece tornare alla realtà del momento presente. Un rimescolio avveniva fra la folla, in mezzo alla quale un uomo agitando il cappello ed aprendosi a stento un varco andava a riscuotere il premio della tombola.

Quando il fortunato vincitore, accompagnato da una tempesta di fischi, riuscì a salire sul palco, e la vasta piazza cominciò a spopolarsi, io e lo Spadini riuscimmo ad avvicinarci al monumento del Palladio, che sorge accanto alla basilica. Il feroce freddurista, appena vide che intorno alla statua c'erano molte venditrici di ortaglie, dopo di avermi indicato i mucchi di pomodori, di zucche, di melloni e di angurie, disposti in bell'ordine, come un ricco tappeto multicolore, ai piedi del monumento non si lasciò scappare l'occasione di farmi osservare come tutti quegli ortaggi fossero giustamente al posto loro, perchè il grande architetto avendo passata la vita a lavorare sulle piante lo si poteva considerare come un insigne botanico.

La freddura atroce mi agghiacciò lo stomaco: e poichè qualche fiammella di gas incominciava già a illuminare, oltre alle colonne e agli archi degli edifici palladiani, anche il mio appetito, mi rifugiai in una trattoria in piazza del Duomo ove ebbi il piacere di trovare un Vittorio Emanuele di marmo, il quale per tutto il tempo del mio desinare si degnò di rimanere davanti a me, reggendo con la destra il suo elmo piumato, in atto di reverente saluto.

Dopo pranzo andai alla Società del Casino nelle cui sale, affollate di congressisti, vidi il sindaco di Vicenza Giovanni Zanella, fratello del poeta della «Conchiglia fossile»; il presidente del Club Alpino Lioy; Almerigo da Schio presidente della sezione vicentina; il segretario della medesima Alessandro Cita... E non cito più altri nomi perchè altrimenti non la finirei più.

Nelle belle sale del Casino rimasi fino a ora tarda, ammirandole, e bevendo birra; poi, dopo di aver presentato i miei ossequii al simpatico presidente dell'associazione, l'avvocato Gasparella, uscii.