Mentre m'avviavo verso l'albergo dei Due Mori con l'amico Spadini il quale non la finiva più di manifestarmi la sorpresa da lui provata dianzi nell'avere rimarcato che l'avvocato Gasparella non aveva gli occhiali, perchè secondo lui tutti gli avvocati debbono esser sempre «con su lenti», a un tratto da una finestra aperta, in una via silenziosa, venne il suono di un pianoforte. Stavo per fermarmi ad ascoltare quando il mio amico, afferratomi per un braccio, mi trascinò via dicendomi: — Vedi, io amo tutti gli strumenti, compresi quelli notarili, ma, abituato come sono a vivere sui monti, non posso soffrire il piano, massime quando è forte. Vieni! — Dovetti rassegnarmi a seguirlo e a sentire ancora altre scemenze: difatti, appena arrivammo davanti alla porta dell'albergo, egli intanto che i chiodi delle sue scarpe, urtando sulle pietre, mandavano scintille, dopo di avermi fatto osservare quale e quanta importanza avessero nella vita del vero alpinista le freddure e la poesia, mi disse — vedi: io fra tutti i poeti preferisco il Monti. E tu?

— Anch'io — gli risposi —; ma quando il cielo non è Foscolo!

E lo lasciai con le sue lepidezze. La mezzanotte era di già passata e alle sei dovevamo trovarci tutti in piazza Castello per andare a visitare i colli berici. Lo lasciai, dunque. Ma l'avevo appena lasciato che egli mi richiamò subito per raccomandarmi di non guardar mai i due mori che reggevano l'insegna della locanda perchè tanto l'uno quanto l'altro erano tutti e due «con turbanti».

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Dopo qualche ora di sonno mi recai al convegno e vi trovai pochi congressisti che aspettavano gli altri. Aspettai anch'io, fino a che la piazza si venne popolando di una infinita varietà di tipi, fra i quali ne osservai uno, che mi fece fare gravi riflessioni sull'alpinismo e sulle dolorose conseguenze che può arrecare a chi ne abusa. Egli aveva il capo a metà nascosto da un elmo coloniale allietato da un mazzetto di edelweiss; indossava una giacca verde all'ussera con alamari neri e un paio di brache di velluto marrone, e aveva gli stinchi foderati da un paio di gambali di cuoio giallo; e camminava a gran passi, facendo risuonare i chiodi delle scarpe sulle pietre della via, e palleggiando un lungo bastone di faggio, con la punta ferrata e con la sommità ornata da un corno di camoscio, sul quale si leggevano scritti in italiano, in francese e in tedesco i nomi delle montagne sulle cui vette egli certamente non era mai stato.

Lo Spadini, che fin allora ci aveva rallegrati ed abbrutiti con le sue freddure, appena lo vide, gli andò incontro, lo salutò, se lo prese a braccetto e rimase a parlare con lui; poi atteggiando comicamente il volto a una inconsolabile mestizia venne a dirci che quell'infelice gli aveva confessato di essersi dato all'alpinismo per dispiaceri domestici. E illustrando le parole bislacche con gesti ridicoli seguitò: — Egli mi ha detto che la sua vita era un Gran Paradiso, quando per sua disgrazia, innamoratosi di una giovanetta: di una Iungfrau, come direbbero in Svizzera, la sposò. Da allora la esistenza di lui divenne un ghiacciaio della Tribolazione: insomma il disgraziato ha le prove di essere un Cervino... — E mentre noi lo urlavamo concluse: — Ora non gli resta altro di meglio da fare che legarsi un Gran Sasso al Colle del Gigante e di andarsi a buttare nel Bacchiglione.

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Quando Dio volle ci mettemmo in cammino, e seguendo un lungo porticato ove i venditori di immagini sacre, di rosarii e di scapolari avevano alzato le loro baracche, arrivammo alla Madonna del Monte, a fianco della quale in memoria delle battaglie ivi combattute nel 1848 sorge un monumento scolpito dal Tantardini. Poco lontano da esso ve n'è un altro inalzato nel 1860 dall'Austria ai suoi soldati che caddero come dice l'epigrafe: pro Austriae incolumitate.

Dopo una visita al Santuario ove ammirammo il famoso quadro del Veronese, La cena di San Gregorio Magno, ci avviammo verso la villa Pasini, uno splendido edificio del settecento, un pezzo di paradiso fra l'azzurro del cielo, i colori smaglianti dei fiori e il verde intenso degli alberi secolari. Colà, il padrone di casa Eleonoro Pasini ci offrì una colazione, dopo la quale tornammo a Vicenza, recando con noi un ricordo incancellabile dell'affettuosa accoglienza prodigataci dal gentiluomo vicentino.

Nel pomeriggio mi recai al teatro Olimpico per assistere al decimonono congresso degli alpinisti italiani. Il grandioso teatro, che il Palladio incominciò a costruire per deliberazione degli accademici olimpici, e lo Scamozzi, sui disegni del grande architetto, trasse a fine, lo trovai affollato di alpinisti, di signore e di statue. Parlava ai convenuti con dotta parola Almerigo da Schio. Trovandomi disgraziatamente molto lontano dall'egregio oratore, purtroppo del suo lungo discorso non posso riferirvi, ahimè!, che queste parole che ritrovo segnate in una pagina del mio album: — «...difatti, o signori, il mecaschisto... eccoci dunque arrivati al periodo pliocenico... perchè, o signori, non si può... l'origine di tali conglomerati è di tale natura... le dolomiti non sono che... e troviamo il calcare schistoso... lo gneis... le rocce metamorfiche... nel periodo giurassico... il trias... il gres... i lepidodendri... le licopoditi... le aracauriti... le rocce mesozoiche... i sedimenti». — Coi sedimenti l'orazione convincente ed efficace dell'insigne geologo ebbe termine e un fragoroso applauso risuonò nella sala vastissima.