— Un br... br... br... o... do! — replica allora egli battendo i denti e tremando.

Ottenute alle due domande rituali le due risposte inevitabili, potete pure consegnare, se li avete, i vostri valori al proprietario dello stabilimento, ricevendone in cambio una medaglietta infilata a una cordicella, e, dopo di aver pagato il prezzo del bagno, siete padroni di fare quel che vi pare e piace, anche di annegarvi, tanto potete esser certi che in ogni caso il maestro di nuoto vi verrà a ripescare.

Il maestro di nuoto, come non è difficile di immaginarlo, dopo il pizzardone, il quale vigila per conto del municipio sulla morale dello stabilimento, cioè sulla maggiore o minor lunghezza delle mutandine dei signori bagnanti, è la prima autorità delle «Capanne». Egli, oltre alle lezioni di nuoto che impartisce con una chiarezza di eloquio ed una sicurezza di metodo veramente ammirabili ai suoi scolari, è sempre disposto, dietro un modesto compenso, ad insegnare a loro, ogni qual volta lo desiderino, anche i primi rudimenti di un suo speciale sistema scientifico di ginnastica educativa, consistente in capriole, salti mortali e lotta romana; ed è sempre dispostissimo, qualora se ne presenti l'occasione, a salvare dalla morte quegli sciagurati, i quali, volenti o no, si trovano in procinto di andare a fare conversazione co' li pescetti. Difatti, il brav'uomo nelle grandi solennità nazionali ed estive non si priva mai del piacere di esporre sul suo petto all'ammirazione pubblica parecchie medaglie d'argento, di bronzo e di altri metalli più o meno artefiziati, avute in premio per i molti salvamenti da lui felicemente compiuti. Però, bisogna dirlo a suo elogio, alle medaglie ci bada poco: quello a cui tiene assai è di fare il proprio dovere e di riscuotere quell'ambìto guiderdone col quale i parenti dei salvati, da che il mondo è mondo, sogliono rimeritare i salvatori.

Una volta, ricordo, fra una lezione di nuoto e un'altra di ginnastica educativa, mise gli occhi addosso a un giovinetto il quale fra le sue abitudini, non tutte buone, aveva anche quella di affogarsi una volta al mese. Il giovinetto era il figlio di un padre discretamente danaroso, e il bravo maestro, immaginando quale dolore il figlio avrebbe arrecato al padre, se mai fosse andato in fondo al Tevere a fare conversazione co' li pascetti, come lo vedeva allontanarsi dalla sponda lo seguiva con gli occhi vigili e al momento opportuno lo salvava.

Il povero padre aveva già ricompensato per ben due fiate il filantropo, unendo al vile metallo i più cordiali ringraziamenti, quando, con sua grande meraviglia, se lo vide ricomparire dinanzi ancora una volta con la notizia di un terzo salvataggio. Giacchè non c'era modo di poter fare altrimenti, il povero genitore tornò a rimunerare e a ringraziare il salvatore; ma poi, impensierito della triplicità dei naufragi e relativi salvamenti, gli disse: — Sentite, se mai d'ora innanzi vi accadesse di vedere mio figlio che se ne va giù in fondo al Tevere, lasciatecelo andare, perchè se lo salverete una quarta volta io non vi darò più nemmeno un centesimo.

Non occorre dire che da quel giorno il giovinetto, che aveva contratta la brutta abitudine di affogarsi una volta al mese, non s'affogò più.

Ma il maestro di nuoto delle «Capanne» di Ripetta non è soltanto un filantropo a tutta prova, un nuotatore pronto a sfidare ogni rischio e un ginnasta degno di qualunque circo, anche equestre; ma è eziandio un pescatore senza rivali e un navigatore espertissimo, poichè il letto del Tevere lo conosce assai meglio di quell'altro letto ove ei suol dormire con la sua signora. E, come se ciò già non bastasse, a coteste belle qualità fisiche e morali che adornano il suo corpo e la sua anima egli ne può aggiungere ancora un'altra simpaticissima: quella di essere un maestro impareggiabile nell'architettare burle e mistificazioni, le quali ei suole romanamente nobilitare col nome di fregature, e di saperle mettere in esecuzione con una salsa così saporita di serietà allegra da conciliarsi quasi sempre il perdono dei burlati.

Una volta, ricordo, venne annunciato sui giornali l'arrivo a Roma di un americano, un certo capitano Boyton, inventore di un vestiario nero nonchè insommergibile, che permetteva al suo proprietario di poter galleggiare in tutti i mari, per tutti i fiumi e su tutti i laghi del Globo. L'americano aveva l'atto sapere, con manifesti appiccicati alle cantonate, il giorno, e press'a poco anche l'ora, in cui egli sarebbe giunto a Roma da Terni, percorrendo la Nera ed il Tevere, per mostrare la sua invenzione impermeabile ai pronipoti del console Cajo Duilio.

I pronipoti del console s'erano già affollati sulle rive del fiume, ansiosi di ammirare l'omo galleggiante, quand'ecco che scorgono da lontano un gruppo di barchette imbandierate. Le barchette s'avvicinano e, mentre i vogatori gridano a perdifiato: — Viva il Capitano! Viva Boyton! Viva Cristoforo Colombo! Viva la scoperta dell'America! — in mezzo a moltissimi nuotatori, che galleggiano muovendo furiosamente le braccia e le gambe, tutti distinguono un uomo vestito di nero, disteso sulle acque bionde passare immobile, trasportato dalla corrente.

Dalle finestre, dalle loggette, dai mignani e dalle terrazze delle case, che si specchiano da secoli nelle onde gialle del fiume famoso all'universo, vien cavata fuori qualche bandiera; la folla accalcata sui gradini del porto di Ripetta applaude e saluta l'omo galleggiante; e questi, sempre immobile sul pelo dell'acqua, prosegue il suo viaggio fra una cagnara di casa del diavolo, e, arrivato a ponte S. Angelo, prende terra fra un multicolore sventolìo di stendardi e fra un assordante scoppiettare di crepitacoli e di applausi che l'acqua, buona conduttrice del suono, questa volta, aiutata anche dalla corrente, porta lontano lontano, forse fino al mare.