L'animoso Boyton, il quale non era altri se non il maestro di nuoto delle «Capanne», prima di lasciare la riva di Castel S. Angelo ringraziò e salutò con suoni e con gesti, veramente non tutti americani, la gente addensata sul ponte Elio; e quindi, accompagnato rumorosamente dai suoi seguaci, se ne tornò glorioso e trionfante a Ripetta, ove sotto gli alberi fronzuti numerosi ammiratori gli offrirono un solennissimo e lauto simposio, non che i mezzi per potere agevolmente dimostrare come e quanto ei sapesse essere insommergibile non soltanto nell'acqua, ma anche nel vino.

Ma il più bello di tutto fu questo: che poco più tardi quando il vero capitano Boyton arrivò a Roma, sia che tutti temessero una nuova mistificazione o sia che tutti avessero esaurita, non importa come, la provvista del loro entusiasmo, il fatto sta che al vero Boyton non ci credette nessuno, e l'audace capitano nonchè notatore insommergibile dovette notare quanto mai sia difficile, anche sulle rive del Tevere, alla verità di poter galleggiare su l'apparenza.

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Le «Capanne» si dividono in due parti. La prima formata da un largo recinto di stuoie, libero a tutti, viene chiamata superbamente il «Capannone»; la seconda, una lunga fila di piccoli recinti, porta il modesto nome di «Capannelle».

Come le «Capanne» si dividono in «Capannone» e «Capannelle», così i loro assidui frequentanti si possono distinguere in nuotatori che nuotano e in nuotatori che non nuotano.

Il nuotatore che nuota lo si riconosce subito: quasi sempre indossa, quando lo indossa, un costume molto scostumato: è l'amico di tutti, saluta tutti, e scherza volentieri con tutti, massime con quelli che non hanno nessuna voglia di scherzare; conversa ad alta voce e in gergo coi «capannari»; stringe la mano e dà del tu al maestro di nuoto; organizza merende all'aria aperta e banchetti all'aria chiusa, mette sù barchettate ai Polverini e partite di pesca nell'Aniene; e parla continuamente dell'Albero Bello, una parte del Tevere, fra ponte Milvio e Ripetta, malamente famosa per i molti suoi mulinelli vortici e gorghi pronti ad inghiottire i nuotatori inesperti. Egli appena entra nell'onda esce subito dalle «Capanne», e il suo bagno se lo va a pigliare nel bel mezzo del fiume ove fischia, canta e schiamazza affinchè tutti possano ammirare la sua forza e la sua destrezza nei più difficili esercizi del nuoto; ma se mai rimane nel «capannone» arranca sempre, cioè va sempre contro corrente.

Il nuotatore che non nuota, invece, come si può facilmente pensare, è la perfetta antitesi del nuotatore che nuota. Egli, benchè faccia sempre le sue evoluzioni natatorie indove ce se tocca, è sempre inappuntabilmente vestito di un costume irreprensibile; parla poco, è timido, è sospettoso, non dà confidenza a nessuno, e non accetta scherzi, specialmente nell'acqua; e quando entra nel «capannone» gli si sviluppa in tutto il suo essere una simpatia straordinaria per i pali, tant'è vero che appena ne vede sorgere uno rigido e muto dall'onda sonora e corrente, si sente immediatamente attratto verso di lui da una forza irresistibile; gli si avvicina, se lo stringe al petto e non lo lascia più. Ma per solito il nuotatore che non nuota il suo bagno se lo piglia di nascosto, solo, in una «capannella» fischiando quasi sempre la romanza più in voga.

Ai nuotatori che non nuotano bisogna aggiungere gli apprendisti, ossia quei tali frequentatori delle «Capanne», i quali, pur non avendo nessuna attitudine al salutare esercizio del nuoto, cercano in tutti i modi di ottenere con la volontà quello a cui la natura li ha irremissibilmente negati. Ve ne sono di tutte le età e di tutte le condizioni: vecchi venerandi dalle lunghe barbe fluenti e giovinetti di primo pelo, capi divisione nei pubblici ministeri e studenti di quarta ginnasiale, signori e poveretti, uomini di guerra e uomini di pace, professionisti e artigiani. La prima caratteristica dell'apprendista è quella di amare, almeno fino a quando rimane nell'acqua, il prossimo suo più di se stesso. Difatti l'attaccamento da lui sentito per il suo simile diviene in certi momenti così allarmante da far ripensare a quella massima dello Schopenhauer che dice: — Se l'uomo conoscesse i pericoli che provengono dall'attaccamento, se ne andrebbe a vivere nella foresta, solo, come un rinoceronte.

Del resto gli apprendisti per lo più si attaccano tra loro; poichè nel «capannone» non ci vanno mai a uno a uno, ma sempre a due a due come i frati minori e le monache maggiori, come le guardie di pubblica sicurezza e i reali carabinieri, e come le uova al tegame: e una volta nell'acqua si consigliano, studiano, non apprendono e bevono.

La quantità di Tevere che essi son capaci di ingurgitare durante i loro studi natatorii è incalcolabile; tanto incalcolabile che se il Nestore e la Chiana, il Topino e la Paglia, la Nera e l'Aniene finissero di soccorrerlo con le loro linfe abbondanti, io credo che il nostro povero vecchio Tevere finirebbe col seccarsi.