Ma prima che egli si secchi, e prima che vi secchiate anche voi, sarà bene di rammentare, sia pure brevemente, due altri gruppi di frequentatori delle «Capanne»: quello dei cacciatori i quali portano con loro i proprii cani per risciacquarli nelle acque tiberine, e quello di quanti vanno alle «Capanne» per diventar neri. Questi per lo più amano la solitudine: se posseggono una barchetta sono capaci di risalire il fiume per ore ed ore, vogando; se non posseggono la barchetta nè un amico a cui chiederla in prestito, si scelgono un luogo della sponda ove il sole batte più rovente, si stendono su l'arena torrida, e nuotando nel proprio sudore, rimangono lì a crogiolarsi in una specie di torpore stupido, dal quale non si destano se non per accertarsi del progresso del loro annerimento. I cacciatori invece amano la compagnia, non più dei proprii cani, s'intende; ma l'amano, e amano anche di chiacchierare. Difatti, mentre si spogliano, non la finiscono più di parlare di quaglie, di starne, di pernici, di lepri, di cignali e di caprioli, punteggiando i lunghi discorsi con certi bum-bum che fanno trasalire dallo spavento la guardia municipale la quale, dormendo su una sedia, vigila sempre per conto del municipio sulla moralità dello stabilimento; e quando si sono spogliati si mettono a insaponare e a lavare i loro cani sulla riva bollente sotto il tormento del sole ardentissimo. Qualche volta però il sole produce i suoi effetti! Io ricordo di aver visto coi miei occhi mortali uno di cotesti cacciatori che dopo di avere insaponato e ben bene risciacquato il suo cane pretendeva niente di meno che la povera bestia imparasse a fare il braccetto.
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Dopo di esser uscito fuor del pelago alla riva, di aver guatato l'acqua perigliosa e gialla e di essersi bene asciugato, il nuotatore che si rispetta, prima di rivestirsi, per risvegliare col moto il calore nelle sue membra infreddolite dal bagno, giuoca una partita a morra. La partita viene giuocata in due e più spesso in quattro, e il premio del vincitore, o vincitori che siano, è sempre un bicchierino di un certo liquido giallognolo imprigionato in una bottiglia nera ed antica, la quale, forse in un tempo assai lontano, ospitò fra le sue fragili pareti di vetro un litro di quel vino bianco scelto e aromatico a cui il Rigutini e il Fanfani danno il nome di vermutte.
I frequentatori delle «Capanne» il liquido giallognolo lo chiamano arnica.
Una volta i vincitori della morra solevano aggiungere all'arnica qualche pagnottella imbottita o qualche croccante amaretto che un vecchio storpio a cui avevano dato il nome di Spillman, cioè il nome del più famoso fra i pasticcieri romani, difendeva accanitamente dalle mosche agitando di continuo una verghetta flessibile sul cui vertice ondeggiava un fiocchetto minuscolo di carta velina; ma adesso il povero storpio, dopo di aver perduto ogni speranza di vedersi onorato in modo soddisfacente dagli ambiti comandi della sua rispettabile clientela, sulle rive del Tevere non ci viene più, e i bevitori di arnica alla pagnottella e al croccante ci han dovuto rinunziare.
Povero Spillman! Dove sarà andato ora a vendere i suoi dolciumi?
Le ultime volte che venne alle «Capanne», sebbene si sforzasse a dissimularlo, era di un umore assai nero. Vedendo che ogni giorno la sua clientela rispettabile si allontanava sempre più da lui, presentiva l'avvento del giorno fatale in cui egli avrebbe dovuto a sua volta allontanarsi da lei.
— Come va? — gli domandavano al vederlo; e lui, sostenendo a fatica sul petto la canestra dei dolci, mentre si avvicinava alla scrivania del proprietario dello stabilimento accanto alla quale era solito di mettersi a sedere, rispondeva, alzando gli occhietti verdastri verso il tetto delle «Capanne»: — Ringraziamo il Signore! — E, dopo di aver ringraziato il Signore, posava la canestra sur una sedia e aspettando invano gli ambiti comandi dei signori bagnanti incominciava a caccià' le mosche.
Un giorno un «capannaro» molto intelligente gli manifestò il dubbio che forse i bevitori di arnica non si avvicinavano volentieri alla canestra perchè erano impensieriti dalle troppe mosche che ci volavano sopra, e gli suggerì di coprirla con un velo.
Spillman trovò il suggerimento molto ragionevole e difatti la mattina appresso adornò le pagnottelle imbottite e i croccanti amaretti di un velo candidissimo simile a quello con cui quel dolce di Calliope labbro, prima di renderlo in grembo a Venere celeste, adornò Amore, nudo in Grecia e nudo in Roma; ma i signori bagnanti pur ammirando la leggerezza del velo e approvando senza riserve il mezzo ingegnoso col quale egli aveva saputo difendere la sua pasticceria dagli oltraggi dei ditteri fastidiosi, i quali, se è vero quel che dice Plutarco, venivano adorati dagli Acarnani, di pasticceria ne comperarono poca. Allora il «capannaro» che prendeva sempre molto a cuore le tribolazioni del povero Spillman, anche perchè alla fine della giornata soleva riscuotere una piccola percentuale sui meschini incassi del pasticciere, vedendo come il velo non avesse raggiunto gli effetti sperati, lo consigliò di unire ai dolci, articolo di vendita dubbia, un articolo di esito certo: il sapone. E gli disse: — La pasticceria, sì, è un genere bellissimo; però si nun se venne subito s'inacidisce e bisogna buttalla; ma er sapone, no. Er sapone è sempre sapone e sfida li secoli peggio der travertino. Dunque?