— Proviamo! — mugolò lo stroppiato, e qualche giorno dopo mise accanto alle pagnottelle e ai croccanti due dozzine di saponette rosse, gialle, verdi e turchine, le quali, non solo promettevano di essere più dure del travertino, ma facevano venire la colica soltanto a guardarle.
E fu proprio allora, quando vide sfondarsi tutte le speranze da lui fondate sul felice esito delle saponette, che il disgraziato mi dimostrò come col racconto della sua vita il poeta Dante Alighieri avrebbe potuto scrivere un romanzo di Perino.
Era, ricordo, un tepido e luminoso pomeriggio di agosto. I passeri cinguettavano sul tetto delle «Capanne». Una luce quieta e dorata, traversando i giunchi e le cannucce fesse delle stuoie, scendeva dall'alto a rallegrare le acque bionde del fiume; e di quando in quando qualche barchetta nera radendo la sponda limacciosa, ombreggiata dalle acacie verdi fra i cui rami frondosi strillavano le cicale, passava adagio adagio lasciandosi dietro, oltre al rumore tenue e cadenzato dei remi, una frangia d'oro vaghissima.
Mentre i passeri cinguettavano, le cicale strillavano e le barchette passavano, lo stroppiato, volgendo di tratto in tratto gli occhietti verdastri e rassegnati verso le saponette invendute, mi confidò che egli era nato negli agi e mi disse che essendo rimasto orfano di pochi anni venne affidato alle cure di un tutore il quale a poco a poco gli mangiò tutto il suo avere. Uscito appena dalla adolescenza il meschino fu colpito da una grave malattia: riavutosi si trovò solo e costretto a dover risolvere giorno per giorno, ora per ora il difficile problema della esistenza. Provando e riprovando lo risolvette mettendosi a fare il materassaio. Dopo di avere impuntito non so più quante migliaia di materasse, si impiegò nella «Nettezza Urbana», e per qualche tempo, secondo quel che mi disse, campò «portando via la nettezza dalle case». Alfine, dopo di avere esercitati parecchi mestieri, uno meno rimunerativo dell'altro, cercando di sbarcare il suo lunario, sbarcò, dopo molte tempeste, in una bottega di pasticciere, e gli riuscì di mettere insieme, fra un pasticcio e l'altro, un modesto peculio. Se la passava discretamente bene quando per sua disgrazia gli venne in capo l'idea di voler aggiungere alle dolcezze dei pasticci anche quelle del matrimonio, e si ammogliò. La moglie, passato qualche mese, gli morì ed egli stesso cadde gravemente ammalato. I pochi quattrini messi insieme con tante fatiche se ne andarono in medicine, e lo sciagurato quando dopo lunghe sofferenze ritrovò la salute perdette l'uso delle gambe; e allora, non potendo quasi più camminare, divenne pasticciere ambulante: si legò al collo con una cordicella un paniere di vimini; l'empì di robe dolci, e reggendosi a stento sulle cianche rattrappite, incominciò a strascicare amaramente la vita per le vie dolorose del mondo nella speranza di trovarci gente allegra e festante, disposta a comperare e a gustare dolciumi.
Povero e caro Spillman dove sei ora con le tue pagnottelle, coi tuoi croccanti e con le tue saponette? Chi potrebbe dirlo? Quello però di cui tutti son certi è che le «Capanne» con la tua partenza han perduto il più buono e più simpatico dei loro frequentatori; e quello che io posso dire è che il ricordo dei tuoi croccanti mi resterà sempre dolce nella memoria. Ma, se hai creduto bene di andartene, è inutile di starsi a rammaricare; tanto più che oramai, qui sulle due belle nostre rive del Tevere, noi ci siamo assuefatti e rassegnati da tempo a vedere che tutto se ne va. Tutto! Non soltanto i tuoi croccanti amaretti, le tue pagnottelle imbottite e le tue saponette rosse, gialle, verdi e turchine, caro e povero Spillman; ma le usanze e i costumi, gli abiti e le abitudini, i giuochi e le feste, i gesti e le parole, i giardini e le ville, le mura e i palazzi, le strade e le botteghe, gli alberi e le torri, le Porte e i monumenti. Tutto!
E fra non molto, ahimè!, dovranno andarsene anche le «Capanne»; scacciate dai muraglioni, bianchi, monotoni e uggiosi dei Lungo Tevere, i quali tra poco si metteranno a sedere sulle sponde boscose e pittoresche del nostro bel fiume biondo ed antico, per non rialzarsi mai più, dovranno andarsene anch'esse.
E poichè tutto se ne va, poso la penna e, per non restar solo, me ne vado anch'io.
IL MIO PELLEGRINAGGIO
— Ma lei ci vada — mi disse la signora Ermelinda, un'affittacamere che da molti anni mi onora della sua benevolenza, — ci vada, e vedrà che quando ritorna non avrà parole per ringraziarmi. Ecco il biglietto. Ma faccia presto, corra, altrimenti non arriverà in tempo.
Presi il biglietto, scesi in istrada, salii su una vettura e dissi al vetturino: — A San Pietro!