Sotto alla colossale pila dell'acquasanta due gendarmi cór bonettóne a pelo si appoggiano alle loro durlindane. I due putti giganteschi li guardano e sorridono. Alcuni pellegrini con le gambe aperte e con la testa bassa son fermi ad osservare e forse a leggere le iscrizioni che segnano sul pavimento la misura delle principali chiese d'Europa; altri, parlando a voce alta, passeggiano facendo stridere i chiodi delle scarpe sulle pietre lucide e perfino su quel porfido ove un tempo gl'imperatori venivano a farsi incoronare; ma la chiesa è vuota.

— Come mai? — domando a una guardia palatina.

Eh — mi risponde il pacifico armigero, guardandomi dall'alto in basso, — che gli rimane di novo? Non lo sa che ne la gran grandezza tutto pare piccolo e che San Pietro pare sempre vòto? Lei giri e vederà si quanta gente incontra.

Seguo subito il consiglio palatino: mi unisco a parecchi pellegrini sardi i quali camminano adagio adagio, fermandosi di quando in quando a guardare in alto con le bocche aperte, e arrivo alla Confessione ove c'è un brulichio di gente nera che le famose ottantanove lampade di Mattia De Rossi non arrivano a illuminare. Mentre sto ammirando una guardia nobile, che deve essere certamente molto più nobile di quello che pare, arriva un branco di pellegrini d'ambo i sessi guidato da un pretonzolo sul cui volto pallido brillano due cristalli incastrati in due cerchietti d'oro.

Egli appena si ferma alza subito un braccio verso una delle quattro colossali colonne di bronzo e incomincia a dire: «Questo, signori, è il famoso baldacchino del Bernini. Per costruire questa mole superba il grande artista impiegò un milione ottocento sessantatre mila trecento novantadue libbre di metallo e per dorarla spese quarantamila scudi; circa duecento mila lire della nostra moneta corrente».

I pellegrini manifestano coi gesti e con le parole la loro meraviglia, e il pretonzolo con la voce monotona, come se recitasse una lezione mandata a memoria, continua imperturbabile: «La mole superba che abbiamo dinanzi è alta ventotto metri; e il sommo pontefice Urbano ottavo la inaugurò nel giorno della festa di San Pietro nell'anno milleseicentotrentatre».

Arrivato all'anno milleseicentotrentatre il pretucolo si concede un attimo di riposo; poi girando lentamente intorno a se stesso sempre col braccio alzato ripiglia: «Le quattro statue colossali che lor signori vedono nelle nicchie dei quattro pilastri che sostengono la cupola rappresentano San Longino, Sant'Elena, Santa Veronica e Sant'Andrea. Nella loggia che sta sopra alla statua di Santa Veronica, nelle grandi festività, vengono mostrate alla venerazione dei fedeli le sagre reliquie che fanno sommamente venerabile questa basilica, la quale, oltre alla metà dei corpi dei santissimi apostoli Pietro e Paolo, possiede il santissimo Sudario, la lancia che trafisse il santissimo costato di nostro Signore, un gran pezzo della Croce su cui si compì la nostra redenzione, la testa ed un braccio di Sant'Andrea apostolo, una spalla di San Stefano protomartire, la testa di San Sebastiano, il corpo di Santa Petronilla figlia di San Pietro, ed oltre ad infinite altre reliquie, che sarebbe troppo lungo ora di ricordare, i corpi dei primi dieci pontefici».

Appena compiuta l'enumerazione del tesoro sagro posseduto dalla basilica vaticana, il pretonzolo fa un gesto brusco con la mano aperta come se volesse dire: sbrighiamoci!, e si mette a camminare a passo svelto verso il monumento di Alessandro settimo. Tutti lo seguono; ed io mi avvicino ar Chiavettaro, e, dopo di esser rimasto fermo un momento a guardare la gente che gli si accalca intorno per baciargli il piede, entro nella navata destra. C'è folla. Preti di tutti i gradi, frati di tutte le razze, monache di tutti i colori, contadini di tutti i paesi e pellegrini di tutti gli odori si ammassano sotto al sarcofago di Gregorio decimoquarto, ove, davanti a un panneggiamento di stoffe rosse orlate di una frangia d'oro, veggo biancheggiare da lontano la spalliera di una sedia e riluccicare la punta di qualche alabarda.

Ignorando il programma dello spettacolo mi rivolgo a un canonico e gli chieggo: — Scusi, reverendo, il papa...

— Sì, figlio, viene di qua. — mi risponde lui subito, senza neppure lasciarmi finire la dimanda.