— Per lo meno un paio d'anni di manicomio! — esclamai io, ridendo.
— Ma lasci andare gli scherzi! Lei raschi un cielo di Tiziano e vedrà che sotto al turchino ci troverà il cinabro. Eh! caro lei, oggi la pittura si fa a orecchio. Oggi non si prepara più. Non si vela più: e pure, dica quello che vuole, ma la forza dei veneziani consiste appunto nelle velature e nelle preparazioni. — E, mentre io lo ascoltavo, prese a discorrermi di Cennino Cennini, e di un professore suo amico che gli aveva dato consigli e precetti di pittura; e dopo di avermi spiegate talune astruserie sui varii sistemi di dipingere «in fresco», all'olio e all'acquarello; sprofondò una mano nella tasca del suo abito e ne cavò fuori due uova.
— Due uova? — dissi interrogandolo con gli occhi.
— Già, due uova. E sa che ne farò?
— Lo immagino.
— No... No... Con queste uova rafforzerò la spina dorsale del mio quadro.
Io lo guardavo sorpreso, ed egli contento della mia ignoranza posò le uova sul tavolino e rificcata la mano nella tasca ne cavò un involtino.
— Che cosa è? — gli chiesi.
— Guardi — disse aprendo la carta. — È miele, e ci dipingerò il terreno del mio quadro.
E siccome io rideva, egli alzando il pollice nel vuoto, riprese a dire: — Guardi bene. Qui nero d'avorio — E agitava il pollice come se desse il colore sulla sua tela. — Qui sopra una brava velatura di giallo battuto impastato col miele; e quando sarà diseccata, una buona lavata con questo.