— E lì che altro c'è? — chiesi additando un altro involto che egli avea cavato di tasca.
— È sapone. — E in così dire mi mostrò un pezzo di sapone nero da lavandaia.
Io non osando più di contradirlo allungai lo sguardo su un nuovo involto che gli usciva da un'altra tasca dell'abito. Il pugliese appena s'avvide della mia curiosità, cavò fuori anche quella carta e la svolse. C'era dentro una fetta di pane.
— E se è lecito con quello che cosa ci dipingerà? — ripresi io sorridendo e accennando il pane.
— Il mio pranzo, — ripigliò il pugliese fieramente: e se ne andò.
Il giorno dopo gli domandai quale successo avessero avuto i suoi esperimenti. Egli diventò rosso, annaspò poche parole, mi stese la mano e si allontanò.
Compresi tutto. Il disgraziato non aveva avuto la forza di resistere agli stimoli dello stomaco vuoto, e così il miele che dovea stemperar coi colori per il terreno del suo quadro, lo avea spalmato sulla fetta di pane; le due uova, invece di amalgamarle ai colori del cielo per dar luce e smalto al dipinto, le avea cotte al tegame, e il sapone... Oh! il sapone era l'unica cosa da lui serbata per la pittura: almeno a giudicarne dalle sue mani!
***
Ma forse il più bel tipo fra tutti era il segretario dello stabilimento: un vecchietto magrolino, con una barbettina biancastra su le guance rugose color di terra cotta, coi riccioli incolti della capigliatura che gli uscivano di sotto alla tesa unta di un cappellino a cencio. E perchè camminava a passi brevi e misurati con una certa languidezza di movimenti, benchè i suoi genitori lo avessero battezzato col nome di Nicola, lo chiamavano tutti Nicoletta.
Lo chiamavano anche segretario; perchè era lui che spazzava gli studii, faceva gli sgomberi, e portava in giro i quadri; infine perchè era lui che faceva qualunque altro servizio potesse occorrere agli artisti dello stabilimento.