Era un buon figliuolo, piccolo e bruno venuto di Spagna. Il giorno lavorava sempre cantando e la notte dormiva nello studio fra i suoi bozzetti e la sua miseria. Quando sull'imbrunire noi uscivamo dallo stabilimento, passando innanzi alla sua stanza, gli davamo la buona notte, ed egli di dentro ci rispondeva cantando a squarciagola una canzone dei suoi paesi: una canzone dove c'entravano un re moro e una gitana di Siviglia; e mentre ci allontanavamo tenendogli bordone, sentivamo la sua voce a poco a poco affievolirsi, e volgendoci, sul cielo d'un azzurro scuro vedevamo rosseggiare per la luce della lampada il finestrone dello studio, dove egli passava le sue notti, lieto e spensierato, fra i suoi bozzetti di creta, e la sua miseria. Una sera come al solito gli urlammo la buona notte, ma la canzone del re moro non risuonò nella quiete della campagna. Bussammo alla porta. Una ciociara venne a dirci che lo spagnuolo aveva la febbre. Entrammo. Lo scultore si levò a sedere sul lettuccio e facendosi schermo con le mani agli occhi per non vedere la luce che lo infastidiva ci ringraziò, sorridendo e soggiunse: — Non è niente. È un po' di febbre. Grazie! — E si raggomitolò fra le coltri.

Uscimmo rattristati e la ciociara rimase a vegliarlo.

L'indomani sapemmo che il poveretto era stato colto da una perniciosa. Venne un medico e l'ubriacò di chinino. Volevamo condurlo via dallo studio; ma il medico ci disse alzando le spalle:

— Oggi non è possibile. Sarebbe peggio. Vedremo domani, se il male scema. — E mentre parlava guardava curiosamente i bozzetti ch'erano disseminati nello studio. — Vedremo domani — disse ancora, e, dopo un'altra guardata ai bozzetti, se ne andò.

L'indomani lo scultore peggiorò, e, perduta la ragione, prese a discorrere del suo paese e della sua casa paterna. Delirava, e non appena il delirio cessava, ricadeva stordito sul lettuccio e il sudore gli gocciolava dalla fronte giù per le gote infiammate.

Agli ultimi momenti ebbe una allucinazione, che forse fu il suo estremo conforto.

A chi lo assisteva, dava nomi spagnuoli, forse quelli dei suoi cari; e quando l'agonia cominciò a straziarlo abbracciò teneramente la ciociara, che singhiozzava, e chiamandola con un filo di voce col dolce nome di mamma, baciandola e ribaciandola, le morì fra le braccia.

***

Ero innanzi allo studio del povero scultore, quando un signore vestito di nero, che Nicoletta, inchinandosi di quando in quando rispettosamente, onorava col titolo di signor commissario, venne a suggellarne la porta.

Nicoletta reggeva una candela, e il signore vestito di nero con qualche fettuccia bianca nella sinistra e un suggello in bocca, bruciava la ceralacca rossa sulla fiamma. Alcuni monelli, nè tristi nè lieti, interrotti i loro giuochi, stavano a guardarli. Il sole illuminava giocondamente il prato verde davanti allo stabilimento e i mandorli in fiore biancheggiavano sul cielo sereno. Un quadro!