Mario, quand'era ancora giovanissimo, faceva il taglialegna.

Un giorno, stanco dalla fatica lunga, s'era buttato in terra e s'era addormentato al sole. Con la testa abbandonata all'indietro, saldamente piantata su d'un collo taurino, egli sembrava in quell'atto un gladiatore che si riposasse dalle fatiche del circo.

Un pittore, che per caso si trovò a passare, rimase colpito dalla maschia beltà del dormiente; s'avvicinò a lui; lo risvegliò e gli chiese se voleva posargli da modello.

Il giovinotto rimase un po' con gli occhi sbarrati a guardare curiosamente l'artista, senza capir nulla; ma alla fine sorrise e accettò; e l'indomani salì a via Sistina allo studio del pittore. Questi, ritto su di una scaletta, riproduceva col carbone sopra una tela ampissima e già piena di figure abbozzate, il contorno di una fanciulla, che stava in mezzo alla stanza, immobile come una statua. Ella era seminuda e i capelli neri ornati da alcuni ramoscelli d'edera le cadevano su le spalle bianche e sul seno: reggeva con la sinistra la pelle di una tigre, morta chi sa da quanto tempo, e con la destra levava in alto una tazza di legno dorato. Accanto a lei una vecchia ciociara faceva la calza.

Come il pittore vide il taglialegna, che appena entrato nello studio s'era fermato col cappello in mano, scese subito dalla scaletta, e dopo di aver detto alla fanciulla: — Vestitevi! — si avvicinò al giovinotto e gli disse: — Spogliatevi!

Mario divenne di bragia e non si mosse.

— Coraggio! — riprese, sorridendo, l'artista, e allora il giovinotto, mentre la fanciulla e la vecchia lo guardavano e ridevano, si levò lentamente di dosso la giacca; poi si tolse il corpetto; poi con un gesto energico si liberò dalla camicia e rimase col torso ignudo dinanzi al pittore.

***

Dopo qualche settimana lo spaccalegna non trovava il tempo per soddisfare tutti gli artisti che desideravano di disegnare, dipingere o scolpire la sua persona; e i professori dell'Accademia, quando alla fine dell'anno scolastico dovettero eleggere il modello da dare agli studenti dell'ultimo corso come soggetto per lo studio del nudo, fra quanti modelli si presentarono, scelsero Mario, e gli dettero per tema della posa l'azione del Combattente; ed egli la creò fra l'ammirazione unanime e la sostenne per quattro ore di seguito senza muoversi di una linea: un miracolo! Ma un bel giorno, mentre tutti gli artisti si disputavano l'intelligente modello, questi sparì da Roma. Nelle sale dell'Accademia, negli studii di scultura e specialmente in quelli di pittura se ne dissero di ogni colore. Qualcheduno arrivò perfino a raccontare come un altro modello, ingelosito dei successi del suo collega, lo avesse strangolato e gettato in un pozzo; altri strizzando gli occhi sussurrarono il nome di una signora polacca; molti, invece, giurarono che Mario se l'era portato via un signore russo, il quale, oltre all'avere molti milioni, aveva un culto anche per le belle arti.

Quasi tutti avevano dimenticato la strana avventura quando arrivò a Roma un bell'uomo con barba grigia e le dita piene di anelli, il quale, fumando sigari dell'Avana in un enorme bocchino d'ambra, andava visitando gli studii per acquistar quadri. Alcuni affermarono, non so con quanta ragione, che quell'amatore che parlava malamente il francese, scusandosi col dire che in Russia si parlava così, fosse Mario, non altri che Mario. Anzi i più arditi osarono di chiedere direttamente a lui che veniva da Pietroburgo notizia di un certo modello che doveva laggiù menar vita da gran signore; ma il mecenate rispose di non averlo mai conosciuto. — D'altronde — aveva soggiunto alzando le spalle e sorridendo — la Russia è tanto grande!