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Ma in sul morir dell'autunno del settantasette, Mario, il vero Mario, tornò in Roma, e siccome vi fece ritorno con le tasche quasi vuote, invecchiato e pieno di malanni, nessuno s'occupò di lui.
Fino a quando potè farlo frequentò un'osteria ove i modelli andavano a giuocarsi, alle carte, i guadagni della giornata; e quando i quattrini finirono, si trascinò all'Accademia e chiese lavoro.
— Fatevi rivedere fra una settimana. — gli dissero. Egli si fece rivedere e fu fermato per una azione.
Il vecchio modello, che era stato là dentro, giovane e forte, provò come un senso di vergogna nel doversi spogliare; ma si spogliò; entrò nella sala piena di studenti, salì sul palco, incrociò le braccia sul petto ed aspettò che lo mettessero in posa.
— Provate! — gli gridarono dai banchi.
A quell'invito egli si sentì affluire il sangue in faccia; per un attimo un'onda di gioventù gli circolò nelle vene, e volle tentare l'azione del Combattente: protese il petto in avanti, strinse le pugna, e stralunando gli occhi, restò immobile. Tutti risero al vedere la figura contorta e grottesca del povero vecchio.
Mario si appoggiò al muro per riposarsi da quella fatica divenuta immane per lui, poi, col petto ansante, tornò innanzi e provò l'azione del Discobulo e poi tentò di provare anche quella del Gladiatore.
Giù nei banchi si rideva sempre e qualcuno borbottava che non era possibile di studiare con simili atteggiamenti. Alla fine un professore si fece avanti; mise il vecchio ritto, stecchito, con le mani ciondoloni e se ne andò scotendo il capo.
— Signori, la posa è messa. — gridò una voce, e gli studenti cominciarono a lavorare di mala voglia.