Il disgraziato non sapeva capire perchè l'azione da cui aveva avuto la fama, ora non piacesse più, e sentiva delle vampate di fuoco salirgli su la faccia, gli girava il capo, la luce che gli pioveva ne gli occhi l'accecava, fece un passo indietro e cadde come un cencio. Lo portarono via e qualche studente, dando un frego sul disegno, del quale non era riuscito a metter giù l'insieme, disse che era un'indecenza il far posare un vecchio di quell'età: un vecchio manierato e scimunito che non sapeva nemmeno alzare le braccia.
Il giorno dopo egli tornò all'Accademia per continuare la posa; gli diedero qualche soldo e lo licenziarono, e un inserviente molto intelligente e caritatevole gli spiegò che l'arte non era più quella di una volta; che i professori antichi non c'erano più e che allora si volevano modelli veri.
— Ma, dunque io so' finto? — ruggì lo sciagurato afferrandosi con le mani ossute la barba bianca.
L'inserviente rise alle parole del vecchio; ma lo accompagnò ugualmente alla porta.
Mario allora girandolò di qua e di là per gli studii a mendicare qualche ora di lavoro, ma tranne qualche breve posa, nello studio di un professore conosciuto col nomignolo d'indiano perchè mandava nelle Indie i suoi quadri raffiguranti per lo più martirii di missionari, e tranne qualche seduta nella soffitta di un giovinotto che modellava per commissione del municipio del suo paese natale un busto di Garibaldi, non trovò altro.
***
Passò ancora qualche anno.
Verso la fine dell'ottantacinque, in una rigida mattina piovosa, gli studenti dell'ultimo corso dell'Accademia di belle arti, aspettando che il modello dopo il consueto riposo tornasse sul palco per continuare l'azione, avevano abbandonata la sala del nudo sparpagliandosi per i corridoi pieni di statue di gesso che mettevano freddo a guardarle. Molti s'erano già aggruppati intorno a una stufa di ghisa il cui condotto fumigante si arrampicava in mezzo a una parete bianca fra molte riproduzioni di disegni dei grandi maestri, quando alcuni studenti, i quali passeggiavano con le mani in tasca, avendo visto un loro compagno immerso nella lettura di un giornale gli si accostarono e gli chiesero che cosa stesse leggendo.
— La storia di un modello, che si butta a fiume! — rispose lo studente.
— L'hai scritta tu? — gli dimandò uno, ridendo.