«Quivi alcuni robivecchi che uscivano, cantando a squarciagola, da una osteria lo presero a dileggiare: uno di loro gli mise le mani addosso e lo spinse su le pietre nere di un portone enorme, bagnate di liquido immondo, e un altro aprendo la bocca di un sacco gli andò incontro sghignazzando e dicendogli di volercelo mettere dentro. Il vecchio lo schivò; ma non s'era chinato per raccogliere un sasso, che una ciabatta lanciatagli alle spalle da uno di quei bruti gli portò via il cappello. Allora quanto più presto egli potè farlo si allontanò e, mentre gli ubriachi gonfiando le gote barbute e ponendosi le mani sudice sulle labbra congiunte e contratte continuavano a perseguitarlo con suoni osceni e scurrili, entrò nel ponte Fabricio»...

— Cioè? — chiese uno.

— Ponte Quattro Capi!... Ignorante! — gli rispose un altro.

Tutti sorrisero; e il lettore, dopo un gesto d'impazienza, riprese: — «... entrò nel ponte Fabricio, dove stremato di forze si appoggiò a un'erma quadrifronte, e abbassato il capo ignudo e canuto rimase a guardare il Tevere giallo e melmoso. Dopo qualche istante gli parve che il fiume si fermasse e il ponte incominciasse a muoversi e, sentendosi soffocato da un senso penoso di nausea, chiuse gli occhi; ma appena li riaperse gli sembrò che il moto del ponte si accelerasse e che questo, correndo sempre più veloce sulle acque immobili lo portasse verso un punto lontano lontano dell'orizzonte ove, sopra una linea di casipole brune, interrotta da qualche cupola e da qualche torre, moriva a poco a poco l'ultima luce del giorno.

Allora il povero vecchio fu vinto dalla vertigine; si aggrappò con le mani tremanti al parapetto del ponte; vi strisciò sopra e scomparve».


Gli applausi che avevano salutata la fine della dolorosa e commovente storia del vecchio modello, letta con tanto garbo dal giovine aedo, non s'erano ancora spenti, quando dal fondo del corridoio bianco, uscì fuori un bidello nero, assai grave d'anni, col berretto grave d'anni anch'esso, ma gallonato d'oro.

Al vedere il veglio onesto, degno di tanta riverenza in vista, che fermatosi sotto una delle statue di gesso aveva preso a battere le mani come se proprio volesse dire: — Qual negligenza, quale stare è questo? — gli studenti lasciarono il corridoio, rientrarono nella grande sala, ove sul palco era già risalito il modello (un giovane ignudo, alto, forte e bellissimo), ripresero i loro posti e ricominciarono a disegnare in silenzio.

IL MANICHINO

A ONORATO CARLANDI.