Mio caro Onorato,
Se un anno addietro mi avessero detto che io sarei entrato a far parte di quei tali seccatori del prossimo, conosciuti volgarmente sotto il nome di conferenzieri, avrei scommesso chi sa qual somma strepitando il contrario. Ma è purtroppo vero che a questo mondo si sa come si nasce e non come si muore! Un anno è passato, ed eccomi qua battezzato conferenziere e per di più conferenziere stampato.
Del resto, caro Onorato, se l'Italia conta ora un seccatore di più il merito mi par che sia tuo.
Ti ricordi? Eravamo in dieci o dodici nella taverna del nostro Circolo artistico e parlavamo delle conferenze che allora si tenevano nella sua sala maggiore: ed io ricordo di aver detto, che le conferenze, quando non divertono, annoiano. Poi il discorso seguitò fra il giocondo tintinnìo dei bicchieri e ci dividemmo in due campi. Tu per fare con la voce squillante l'elogio delle conferenze: io invece per dimostrare come l'uomo a questo mondo fosse già troppo infelice per infliggergli anche cotesto martirio.
Non potendoci mettere d'accordo, si passò a discutere se le conferenze si dovessero dire o leggere.
— Si devono leggere. — dicevi tu.
— No. Si debbono dire. — ripigliavo io.
— Non si debbono nè leggere nè dire. — ammonivano gli altri pestando i piedi.
Mentre il dibattito era più acuto, con uno di quegli scatti nervosi che ti sono abituali, tendendo le mani verso di me gridasti: — Tu dici che le conferenze non si debbono leggere? Ebbene, provalo, dinne una tu.
Io mi schermii osservando come le mie convinzioni politiche non mi permettessero di tenere conferenze artistiche. E tu allora ripigliasti: — Dunque sei buono solo a far ciarle! — E soggiungesti: — Guarda! Se tu fai una conferenza io scommetto duecento lire...