Quanto piace a signoria! — mi risponde Ciccantonio, come un cortigiano antico.

— Alla mia signoria piace che tu tra un'ora ti trovi qui col bilancino.

Servo a signoria! — replica il vetturino inchinandosi; e dati a reggere i cavalli a un ragazzetto, si allontana fischiando.

Io per non saper che altro fare, comincio a girandolare per le vie di Ceprano, seguito da uno sciame di ragazzi gialli e verdi per la lebbre malarica, credo, e qualcuno forse anche per la fame.

Su la piazza, fuori della Porta, vi trovai il mercato.

Le venditrici di ortaglie e di frutta, di grano, di pane, di ciambelle, di stoviglie di creta e d'altri utensili famigliari erano disposte in lunghe file. Io mi addentrai tra quelle file, e ammirai gruppi di donne veramente stupendi. Finalmente, rimasto abbagliato dai colori vivaci delle vesti, dei busti, e degli scialli smaglianti al sole, sul fondo grigio de monti lontani, entrai in una modesta trattoria ove per pochi soldi, mangiai una buona bistecca e molte frutta così belle, fresche e saporite che le nipoti di Atlante me le avrebbero invidiate. Poi seguendo una strada lunga e polverosa, dopo di aver salutato il nome di Dante Alighieri che si leggeva scritto vistosamente su l'angolo di un vicolo, ov'era men che notte e men che giorno, pervenni in fondo al paese e sboccai in una piazza piena di sole e di mucchi di canapa ove sorge le cattedrale dedicata a Sant'Arduino.

Più innanzi trovai un piccolo ponte di ferro che serve a traversare il Liri, le cui acque allora scarseggiavano. Su la ghiaia lunghe file di contadine cantando canzoni piene di malinconia battevano la canapa. Il paesaggio lieto di sole, le donne che lavavano e maciullavano la canapa, i canti pieni di malinconia mi risvegliarono gl'istinti poetici, tanto che non potendo più frenarmi, scesi giù sulla sponda lirica e mi accinsi a scrivere una medesima; ma avevo appena cavato di tasca il taccuino, quando sentii gridare: — Signoria! Signoria! — Alzai la testa e vidi Ciccantonio che su dal ponte mi faceva cenno di risalire. Guardai l'orologio. In luogo di un'ora, senz'accorgermene, girando qua e là, ne avevo perdute due. Risalito sul ponte, egli mi disse subito ch'era stato sin allora a cercarmi per tutta Ceprano; che era tardi, che le salite da superare per andare a Fontanaliri erano molte e che bisognava partire senza indugio. Il legno era pronto. Innanzi ai tre cavalli era stato attaccato il bilancino, un misero cavalluccio bianco, pieno di gobbe e di piaghe e con la testa ornata da un pennacchio di penne di cappone.

Rientrai nella vettura, e, dopo le solite frustate e le solite bestemmie, i cavalli partirono al trotto.

***

Il caldo comincia a farsi sentire molesto e Ciccantonio, dicendomi: — Lei, permettete? — si toglie la camicia, apre un cassetto sul davanti della vettura, ne trae un giubbettino di tela e se lo infila. Durante l'operazione, quando il mio vetturino rimase col torace nudo, mi sembrò di avere dinanzi agli occhi il tatuato di Birma. Egli aveva nel mezzo del petto una larga incisione colorita di blu rappresentante la Santa Casa di Loreto, sotto la quale v'era una data: 29 giugno 1855, contornata da una quantità di geroglifici; poi sul braccio destro e sul sinistro portava incisi i segni della Passione, un Sacramento e una immagine della Madonna di Loreto.