— È distante di qui?
— Eh! sicuro!
— E ci vanno a piedi?
— 'Nu poco a piede e 'nu poco cammenenno.
La torma s'era già allontanata d'un bel tratto, quando vidi avanzar solitaria una figura scarna e gialla di donna: portava su la testa un canestro coperto da un pezzo di panno rosso tutto sdruscito e le gambe di un bimbo vi penzolavano fuori: camminava appoggiandosi a un bastone su cui era legato con una corona un ramo d'ulivo; e, si sforzava di raggiungere le compagne che si allontanavano cantando. Le gettai pochi soldi. Essa si fermò, li radunò col bastone, si curvò a stento, li raccolse e, dopo di avermi ringraziato con un cenno, seguitò la strada.
La vista di quella poveretta mi mise di malumore. Accesi la pipa e per non più vedere mi rincantucciai nel fondo della vettura, e vi rimasi fino a quando Ciccantonio non mi indicò, con la punta della frusta, un paese su la cima di un monte.
— Che paese è? — gli domandai infastidito.
— Chello è Verule. — mi rispose. — Là ci av'acciso Chiavone bon'alema (buon'anima). E in tono patetico mormorò fra i denti: — Povero Chiavone!
Gli chiesi se l'avesse conosciuto; ma egli invece di rispondermi, si mise subito a dar la voce ai cavalli. Decisamente il mio vetturino deve averlo conosciuto molto da vicino il famoso brigante.
Il paesaggio intanto comincia a cambiare. Su la destra le montagne vicine mostrano già i fianchi grigi di selce. Su una di coteste montagne s'aggrappa un paese non molto grande. Un antico castello diroccato, che s'intaglia bruno nel cielo sul vertice del monte, deve avergli dato il nome di Arce. Ora non si veggono più sui fianchi dei monti i lunghi filari di olmi, sui quali si appoggiano i tralci verdeggianti della vite, e su la terra smossa le pannocchie gialle del granturco; ma sul fondo grigio e ferrigno delle rocce, si contorcono freddi e monotoni soltanto gli ulivi.