Passato Santo Lauterio, un largo prato bagnato dal Liri, mi giunge alle nari un acuto odore di zolfo. Ne chiedo spiegazione al mio vetturino, ed egli accennando un filare di pioppi, mi dice che arreto a chelli chiuppi c'è un lago chiamato Zulufraga, ove vanno a gettarsi cinque o sei rigagnoli di acqua minerale della quale si fa un modesto commercio. Difatti nella notte se ne empiono piccoli fiaschi, e a dorso d'asino o sui carretti, all'alba, i venditori la van gridando per le vie d'Isola, d'Arpino e di Sora, a un soldo il fiaschetto, come la nostra acqua acetosa. I contadini, le attribuiscono una quantità di speciali virtù, e ne sono avidissimi.
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Sulla sinistra il paesaggio seguita a divenire sempre più selvaggio. Ovunque massi enormi che sembrano dover rotolar giù al più lieve soffio di vento. Non più alcuna vegetazione, nè meno gli ulivi: solo le ginestre giallissime tra i sassi bianchi e grigiastri.
Ciccantonio mi addita un'enorme buca sul fianco dirupato di un monte.
— Che cos'è? — gli domando.
— Chella, signoria lei, che siete 'struito lo sapete miejo de noi. È tutta robba vulcaneca — Egli mi risponde e mi narra una lunga serie di cose straordinarie, tutte, s'intende, a proposito della grotta che qui chiamano fossa agliu monte; e finisce col dirmi che gettandovi dentro un'arancia, questa dopo aver girato per lungo e per largo nel ventre della montagna, finisce con lo sbucare nel lago di Zulufraga.
Io, lo confesso con vergogna, avevo ancora una arancia, l'ultima delle quattro, comperate a Ceprano, ma in luogo di tentare l'esperienza mentre la salita incominciava a farsi ripidissima e i cavalli, fra gli urli e le bestemmie di Ciccantonio che si perdevano a valle, arrancavano disperatamente, l'ho mangiata.
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Il sole cadeva dietro le case di Banco quando io con l'ossa rotte e bianco di polvere, entrai in un paesuccolo nero, sul sommo sassoso d'un monte vestito di ulivi, di querce e di frassini. Ero giunto a Fontanaliri.