Un po' prima dell'anno mille era signore di Sora un tal conte Pietro, uomo di pessima vita. San Domenico lo andò a visitare, e il tiranno, tócco dalla divina misericordia, gli si gettò ai piedi chiedendogli la benedizione. Il Santo lo benedisse e lo abbracciò, e allora il conte Pietro gli parlò così: — Tu mi hai ridonato la divina salute; dimmi ora che cosa posso fare per ricompensarti.
E San Domenico, il quale non pensava ad altro che a fondare conventi e già ne aveva fabbricati o fatti fabbricare non so quanti in Umbria, nella Sabina e nell'Abruzzo, gli rispose subito: — Edifica un monastero. — Egli annuì, e l'indomani il Santo ed il conte galoppavano su due cavalli nei dintorni di Sora in cerca del sito più adatto alla costruzione della badia; e galoppa galoppa, quando arrivarono colà ove le limpide acque del Fibreno si gettano in quelle del Liri, San Domenico fermò il cavallo e disse a Pietro: — Ecco il luogo.
— Fiat! — rispose il conte, e mentre il Santo se ne partiva per monte Montano a sorvegliare i lavori di un'altra abbazia, egli incominciò subito la fabbricazione del sacro edifizio; ma quando l'ebbe compiuta chiamò il suo maggiordomo e gli disse: — Badi bene che in questo cenobio io non ci voglio uomini.
— Servo a Signoria! — balbettò il maggiordomo intelligente ed inchinandosi uscì.
E così il monastero, che doveva accogliere tra le sue mura i monaci, si cambiò in monastero di monache dove il conte Pietro si recava spesso a pregare.
Ma egli aveva fatto, come si suol dire, i conti senza l'oste. E l'oste che venne a rivedere i conti al conte fu Domineddio in persona, il quale mandò a San Domenico un angelo che, un pochino rosso in volto, lo informò di come andavano le cose nel sacro albergo del conte. Il Santo inorridì; e senza perder tempo ritornò subito a Sora, dove incontrato appena il suo uomo gli disse: — Oh, signor Pietro, a che giuoco giuochiamo?
Il peccatore si fece toccare per la seconda volta dalla divina misericordia e si ritirò nuovamente nel suo castello, e il Santo purificate le mura del monastero, vi chiamò i suoi monaci e ci rimase fino alla morte. Ora il suo corpo sta sepolto sotto l'altare massimo della chiesa, tutto intero, meno un dente che fu recato come reliquia a Cucullo.
Il dente ha oggi una virtù prodigiosa, poichè guarisce, a guardarlo solamente, morsi di cani rabbiosi e punture di vipere; e qui, quando qualche contadino vien punto o morso da uno di codesti animali, prima di correre agliu medeco se ne fugge a Cucullo, dove sa che toccare il prodigioso dente e risanare è tutta una cosa. E laggiù a Cucullo, nel primo giovedì di maggio, si porta in giro pel paese la famosa reliquia, e i contadini e le loro donne la seguono cantando le lodi di San Domenico e attorcigliandosi intorno alle braccia, al collo e alle gambe nude una quantità di serpentelli.
Queste e tante altre cose mi veniva raccontando un pretonzolo di Sora, mio compagno di viaggio, mentre i cavalli della messaggera, scuotendo le ricche sonagliere, trottavano su la via d'Isola del Liri, e io, tutto orecchio nell'ascoltarle, le fissavo nella memoria per indi trascriverle nel mio taccuino, rallegrandomi di aver trovato, mentre mi recavo alla festa di Santo Dominico, un servo di Dio che mi avesse narrato la storia del celebre santuario.
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