Quando arrivammo all'Isola del Liri le nove ore della notte battevano all'orologio della torre nera e quadrata dell'antico palazzo dei Boncompagni, e lunghe file di sciarabbà pieni di gente che gridava e cantava salivano di carriera la via delle Forme.

Le Forme sono un'appendice dell'Isola del Liri; una città nuova, che s'allunga fino al santuario. Sessant'anni addietro su la via che dall'Isola mena a Sora, non vi erano che poche e misere casupole di contadini; ma le industrie dei nostri tempi, servendosi a meraviglia delle acque del Liri e del Fibreno, fecero sorgere su le sponde dei due fiumi cartiere, lanifici, molini e ville splendide, che in pochi anni han cambiato quei luoghi, prima squallidi e deserti, in una regione ricca e popolata, piena di attività industriale e commerciale.

Sull'azzurro cupo del cielo s'allungano i pioppi e di tanto in tanto gruppi colossali di platani allargano nell'aria scura i rami fronzuti.

Gli sciarabbà passano di carriera, e i cocchieri, schioccando la frusta, gridano a squarciagola: — Santo Dominico! Santo Dominico!

Giù in fondo alla via, sul cielo sereno, fra miriadi di lanternine, rosse, gialle e azzurre, rischiarato dalle faci delle baracche, sorge il santuario.

Più si va innanzi, più la folla aumenta, e si cammina a stento fra lunghe file di sciarabbà, di vetture e di carretti, mentre dalle bancarelle, che si seguono numerose, s'alzano canti, grida, squilli di trombe, suoni di tamburelli e d'organetti e s'effondono odori acuti e nauseabondi di ciammaruche (lumache) fritte, di polli arrostiti, di pannocchie di granturco abbrustolite su la bragia, di cacicavallitti e di muzzarelle.

Di tanto in tanto fra i contadini che già presi dal vino saltano furiosamente al suono degli organetti, delle zampogne e delle chitarre, mentre le loro donne battendo le mani cantano con le voci stridule volgari canzoni d'amore, passano file interminabili di pellegrini coi bordoni ornati da sacri amuleti e dalle immagini di San Domenico e della Madonna di Canneto: passano, e aprendosi a stento una via tra la folla festante entrano nella chiesa, si gettano in terra e incominciano le penitenze, trascinandosi con le mani sotto le ginocchia verso l'altare maggiore, segnando con la lingua sul suolo lunghe croci e lasciandosi dietro orribili strisce di bava e di sangue. Ma non tutti hanno la forza di farle le penitenze; poichè molti stracchi, spossati e sfiniti come sono dagli affanni e i disagi del duro viaggio, coi piedi gonfi, rotti e sanguinanti per il lungo cammino, appena toccano con le ginocchia il pavimento del santuario vi si stendono sopra e s'addormentano.

Sui gradini degli altari, dentro e intorno ai confessionali, lungo le balaustrate delle cappelle e accanto alle basi delle colonne, di cotesti sciagurati ne vidi a centinaia distesi come se fossero morti, uomini e donne, vecchi e fanciulli tutti confusi insieme sotto la luce gialla e tremula delle candele che illuminava le loro membra coperte di stracci. Talvolta dai gruppi dei dormienti udii venire qualche lamento. Qualcuno, vinto dagli stimoli della fame, lo vidi destarsi e rompere il digiuno succhiando bucce di meloni e di cocomeri, raccolte da terra. Uno lo vidi correre a bere nella tazza dell'acqua santa.

In fondo alla chiesa, molto grande e tutta bianca, vi sono due scale per salire all'altare maggiore, e fra le due scale v'è la porta per scendere nel sotterraneo ove sta la sepoltura del santo. Vi discesi e lo trovai pieno di pellegrini che si affollavano a baciare una testa scolpita a bassorilievo sul davanti di un altare e a stropicciarvi sopra i loro bordoni. I baci schioccavano sonoramente. Una ricca lampada argentea mandava sprazzi di luce sui sordidi cenci dei contadini, che prima di lasciare il luogo sacro, mormorando preci, abbracciavano e baciavano le colonne tortili che sostengono le volte basse della cripta.

Quando uscii dal sotterraneo una folla di pellegrini che andava verso una cappella, ove sur un tavolino, tra quattro candele, sorgeva la statua di un santo, mi costrinse a seguire una donna, che sorretta da due uomini levava in alto un bambino che le si torceva fra le braccia piangendo. La poveretta appena arrivò dinanzi al simulacro lo baciò; poi, mentre i suoi vicini urlavano lamentevolmente: Grazia! Grazia! Grazia!, si cavò dal petto una pezzuola e dopo di averla strofinata sulla statua la passò più e più volte sugli occhi del suo bambino, mentre quelli che la circondavano, tutti con le mani tese verso la immagine sacra seguitavano sempre a urlare: Grazia! Grazia! Grazia!