Dopo l'ultima aiuola dell'ultimo giardino la via a poco a poco si restringe tanto da divenire un sentiero, e il sentiero a sua volta si fa così ripido e sassoso da obbligarmi a mandare dietro a me i due Vicienzini pel timore che cadendo non mi vengano addosso.
A mezza costa io e i miei due Vicienzini chiediamo tutti e tre un po' d'ombra alle vecchie mura di una chiesuola, e intanto che ci riposiamo ci passano davanti dei contadini vestiti a festa seguìti dalle loro donne. Alcune di esse invece delle cioce hanno ai piedi enormi scarponi chiodati che ogni tanto le fanno sdrucciolare e le costringono a battere sulle pietre arse dal sollione quelle parti del loro corpo delle quali si servono ordinariamente per mettersi a sedere. Ne ricordo ancora una di coteste contadine con la veste di seta verde e col petto coperto di collane d'oro, che dopo di esser caduta due volte si accoccolò per qualche istante accanto a una siepe, e rialzatasi coi piedi ignudi prese a salire, agile come una gatta, su per l'erta del monte reggendo con la sinistra le calzette ricamate e con la destra i due scarponi i cui chiodi brillavano al sole.
***
Arrivati alle prime casupole del paese ordinai a Vicienzino di provvedere di un comodo alloggio l'altro Vicienzino, e incominciai a salire i gradini di una infinità di vicolettacci neri inghirlandati di lauro. Non finivano mai! Quando finirono mi trovai in una piazza ove una quantità di gente ammirava a bocca aperta un lampadaro di carta dipinta. E l'ammirai anch'io, tanto più che sentii dire da tutti come il lampadaro una volta che fosse stato acceso avrebbe dovuto fare «un'eccellente visuale».
Nella piazza ove erano sonnambule che predicevano il più lontano avvenire, tavolini sui quali si giuocava ai dadi e alle carte e molte baracche, ove si vendevano orologi d'oro da un soldo, fiori artificiali, dolciumi di tutte le forme e bibite di tutti i colori, v'era anche un grande panorama «pittorico-artistico-scientifico-nazionale», davanti a cui un tipo olivastro dalla barba a pizzo, mentre una ragazza dalle chiome bionde, divorando una fetta di pane girava il manubrio di un organetto sfiatato, gridava: — Favorischino! Favorischino, signori! — Ma, ahimè, i signori non favorivano e andavano invece verso la «Collegiata» per sentire le «distinte voci romane». Ci andai anche io; ma quando vi arrivai e vidi che razza di lavoro s'aveva da fare per sentirle, mi allontanai tanto da loro che arrivai in fondo al paese ove in un prato, fra mucchi di peperoni e piramidi di pomidori, fra ceste di pere vizze e bigonce di fichi era stato innalzato un arco trionfale nel cui attico, sotto una immagine di Maria Santissima tremolante al vento, si leggeva questa epigrafe:
VENITE A CELEBRARE CON GIOIA
LA FESTIVITÀ DI COLEI CHE FA
L'ALLEGREZZA DI TUTTO IL MONDO.
Mentre io stavo ammirando l'arco, accanto a me due eleganti del paese parlavano del merito dell'iscrizione.
— La terzina è bella; però una terzina senza rime, io non la capisco.
— Ma io credo che «fosse» come dicono adesso una terzina «barbera». — osservò l'altro frustandosi le gambe con un bastoncino di canna d'India verniciato di rosso; e non aveva finito di osservarlo quando un assordante squillar di campane e un fragoroso rimbombar di mortari fecero tremare la terra ed il cielo.
— Che cosa succede? — chiesi a un contadino che mi passò accanto correndo.