Avevo appena finito di leggere le parole male auguranti e stavo aspettando, con la mia guida a lato, il locandiere, quando i cagnacci ripresero ad abbaiare con maggior furia. Allora qualche persona si mosse sui carretti, fra le bigonce e le ceste; alcune voci rauche ed irate ferirono l'aria oscura; una bestemmia fece tremare la terra; ma l'albergatore non venne. Aspettammo ancora. Alfine, dopo altre grida di Mingaccio, le quali inferocirono maggiormente i cani, il fondo buio del cortile incominciò a colorarsi di un debole chiarore rossigno; il chiarore a poco a poco divenne più chiaro e finalmente illuminato dalla fiammella oscillante di una misera candela da un soldo, che egli aveva in mano, e accompagnato da un grosso mastino, apparve il padreterno o, per esser più precisi, il padrone della locanda: un vecchio bianco per antichissimo pelo, il quale, dopo di averci rivolta qualche parola in un linguaggio incomprensibile, e di averci fatto salire una scaletta di legno molleggiante e scricchiolante sotto il peso delle nostre persone, ci introdusse in una stanza, ove su un letto enorme, fra una quantità di ombrelle di tutte le forme e di tutti i colori, stava seduto un altro vecchio che aveva sulle ginocchia una grande ombrella verde, aperta, e la rabberciava al lume di una lucerna di ottone il cui lucignolo fumigante ammorbava l'aria di un puzzo acre e fastidioso di moccolaia.
Il vecchio appena ci sentì entrare sollevò il muso bianco dall'ombrella verde e guardandoci con gli occhi di bragia incominciò a brontolare e a lamentarsi. Insomma, tutti i letti della locanda erano occupati e l'unico letto disponibile era quello dell'ombrellaio! Ridiscesi subito la scaletta di legno lasciando il canuto rabberciatore di ombrelle nel suo nido e mi rimisi in viaggio verso il paese trascinandomi dietro oltre a Mingaccio anche la speranza di trovare colà un letto senza «commodo di stalla». All'alba io e lui lo cercavamo ancora; e, mentre l'aurora con le sue dita rosate tentava invano di allargare le crepe di un denso velo di nubi, morti di sonno come eravamo, dopo di avere ingoiato una bevanda nera ribelle a qualunque addolcimento, montammo sopra a uno sciarabbà, pronto a partire per Atina, e ci addormentammo.
Quando io mi svegliai il cavalluccio della vettura, scotendo la testa coperta di fiocchi di lana e di medaglie, di coccarde e di sonagli, di pennacchi e di campanelli, col pettorale, la groppiera, il sottopancia e le tirelle di cuoio nero ornato da fregi di ottone lustro, arrancando e soffiando, ci trascinava su per una salita ripidissima, in cima a cui fra il verdeggiare cupo di querce antichissime si intravvedevano le case lontane di Atina.
Prima di arrivarci, ricordo di avere osservato con gli occhi non ancora bene liberati dal sonno, sui fianchi del monte Meta, la cui cima perdevasi nel cielo nebbioso, i paeselli di Settefrati e Picinisco; ricordo di aver visto le case di San Donato adagiarsi nella valle del Comino fra il verde giallognolo delle messi segate, e quelle di Alvito arrampicarsi sopra a un colle in cima a cui torreggiava un vecchio castello; rammento anche di avere ammirato un raggio di sole che uscito dal cielo plumbeo andò a spegnersi subito su le case brune di Vicalvo, e poi... e poi ricordo di non avere ammirato più nulla, perchè appena lo sciarabbà si fermò in uno sterrato fra piramidi di cipolle e di pomidori, di melloni e di angurie e di altri ortaggi, incominciò a piovere con tanta forza ch'io non vidi più niente, tranne un Cristo di pietra in cima a una porta, il quale stendendo la destra verso di noi, bagnato com'era, pareva che invece di benedirci ci chiedesse un'ombrella.
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La porta di Atina vista dal di fuori appare tutta rammodernata e dipinta a strisce bianche e rosse; ma nel suo interno conserva ancora intatta la costruzione medioevale. E una impronta medioevale ha tutto il paese. Ovunque, nelle vie e per i vicoli, sulle case annerite dai secoli o bianchissime per la intonacatura recente qua e là si scorgono avanzi di portici, finestrelle binate, colonne, capitelli e frammenti di scolture romaniche. In fondo alla via principale sorge un castello dominato da una torre merlata. Una volta nel castello abitavano i signori di Alvito; adesso invece vi stanno di casa due muse, la Tragedia e la Commedia, cioè le carceri e il teatro. Quando lo visitai, dinanzi alla sua porta trovai due beccai che scannavano un bue. La povera bestia, legata con grosse funi ad una trave, si dibatteva furiosamente tentando di spezzarle e mandava fuori dalla gola squarciata da una ferita orrenda muggiti lunghi e lamentosi. Un ragazzetto raccoglieva in una secchia di legno il sangue che sgorgando con violenza dal collo calloso della bestia agonizzante, gli schizzava sul volto e gli tingeva di rosso i piedi ignudi imbrattati di mota e di sterco.
Mentre i due beccai arruotavano le manaiuole e le coltella, stropicciando con forza il filo dell'una su quello dell'altra, e si apparecchiavano a squartare il bue, io attraversai un andito oscuro ed entrai nel cortile del castello. Colà, una pioggerellina fina fina, lenta lenta, queta queta velava di mestizia profonda le mura alte ed antiche nelle cui crepe verdeggiavano le paretarie e le malve, le ortiche e i grispignoli. Sopra le pietre lisce, del color dell'acciaio, le gocce d'acqua scivolavano lentamente, brillavano per un istante come gemme preziose e cadevano nel fango. In un angolo, sotto a una tettoia mezzo rovinata, fra mucchi di fieno e di strame v'erano riparati muli e cavalli con le groppe coperte da ruvidi panni rossi e da pezzi di tela incerata. Quando una bestia raspava con lo zoccolo il terreno rammorbidito dalla pioggia, o chinava la testa verso lo strame s'udiva il tintinno di qualche sonaglio. Sui gradini di una scala parecchi ragazzi giocavano alle noci, e di tanto in tanto parlavano coi carcerati i quali accostando il volto alle sbarre delle inferriate rugginose s'interessavano alle sorti delle partite. Uno di cotesti sciagurati col braccio fuori di una inferriata stendeva la mano a una contadina che, reggendo un bambino, si rizzava sulla punta dei piedi per arrivare a stringergliela.
Sentendomi soffocare da tanta miseria stavo per lasciare il cortile quando alcuni carcerati mi chiamarono, e cavata fuori dalle spranghe di una grata una lunga canna dalla cui punta penzolava una borsetta di tela, dopo di avermi chiesto qualche soldo e un po' di tabacco, incominciarono a cantare. Mentre ascoltavo con le orecchie attente il canto grave, lento e malinconico, e seguendone il disegno melodico, mi sforzavo di intenderne le parole, da una chiesa vicina venne il suono funebre di una campana che piangeva un morto; allora le voci appassionate dei reclusi e i rintocchi lugubri della campana s'unirono insieme dolorosamente e risonarono fra le mura squallide del vecchio cortile fino a che non si persero tremolando nell'aria livida e lacrimosa.
Per andare alla locanda, ove Mingaccio mi aveva già fissato una camera, uscendo dal castello dovetti ripassare davanti ai macellari, e li rividi che spezzavano le membra del bue le cui interiora fumanti, appese a un grosso rampino, esalavano un fetore insopportabile. Intorno ad essi parecchi cagnacci macri e spelacchiati, si mordevano fra di loro, guaivano e leccavano avidamente il sangue, che sgocciolando dalle carni macellate scorreva lungo il muro e andava a rosseggiare nelle pozzanghere. Poco lungi, ai piedi di una statua decollata, due buoi aggiogati accanto a un baroccio, per null'affatto commossi dalla vista e dall'odore del sangue fraterno, guardavano con gli occhi tondi ora i cani ed ora i macellari, e di quando in quando sgretolavano adagio adagio qualche cannuccia tenera e verde.
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