Nella locanda di Atina ebbi una bellissima stanza piena di luce e d'aria e tutta rallegrata dal profumo delizioso di molti fiori di lana, dai canti soavi di molti uccellini imbalsamati e dalla santità immarcescibile di parecchie generazioni di Gesù bambini di cera. Nel salire a cotesta stanza, attraversando un corridoio, vidi sopra a una sedia un cavalletto da pittore.
— C'è un pittore, qui? — dimandai alla locandiera.
— Sissignore, musiù!
— E chi è?
— È 'nu frangese de Pariggi.
— Si può vedere?
— Certamènte — mi rispose la buona donna — ma mo sta in campagna a pazzià co' li colori. Lei lo potrete vedere subbito che ritorna.
E difatti subbito che ritornò lo vidi, gli parlai e con mia grande maraviglia appresi da lui che egli non era francese, ma napoletano; e con non minore maraviglia ei seppe da me che io ero romano, perchè la padrona della locanda come aveva detto a me che lui era 'nu frangese de Pariggi così aveva detto a lui che io ero 'nu pariggino de Frangia.
A desinare ebbi l'alto onore di avere a commensale un mercante di grano, un bell'uomo panciuto, espansivo, comunicativo e tutto risplendente di oro e di brillanti, il quale, dopo di avermi chiesto molte notizie intorno al papa, al re, alla regina, ai ministri e al parlamento, mi dimandò se fosse proprio vero che nella piazza di Colonna Trojana volessero buttar giù la colonna per cercare sotto al suo piedistallo un tesoro chiuso in una enorme cassa d'argento.
— Eh, pur troppo, mio caro — gli risposi — a quest'ora la colonna sarà già stata abbattuta.