--Ma lei mi parlate sul serio? — esclamò il mio uomo, spalancando gli occhi bovini e percuotendo col pugno robusto la tavola su cui i piatti, le bottiglie e i bicchieri tintinnarono allegramente.

— Così non fosse! — gli risposi ancora — Così non fosse! — E con queste parole lo lasciai a digerire il suo pranzo, non che il suo rammarico per la distruzione igonoclastica dell'ultimo avanzo della guerra di Troja, e me ne andai a passeggiare all'aperto.

Tornando alla locanda, m'ero fermato un momento vicino al tronco di un vecchio olmo per contemplare le vaghe stelle dell'orsa, scintillanti sopra il verde glauco di un uliveto, quando mi sentii picchiare dolcemente sopra a una spalla: mi volsi e mi trovai accanto un omino sbarbato e profumato il quale, dopo una profonda riverenza, mi disse con una vocina languida e tremolante: — Lei, musiù, siete pittore?

— Qualche volta! — gli risposi. Egli allora sorrise, strizzò gli occhi e facendo un gesto ambiguo, mi dimandò: — Vi serve una bella donna di campagna da dipingere?

Poco dopo, mentre nella mia stanza io stava dipingendo la bella donna di campagna, nella camera vicina alla mia, ove era il mercante di grano, intesi risuonare gioiosamente una risata argentina. Non v'era da dubitare. Il mercante di grano dipingeva anche lui.

IL PIANTO DELLE ZITELLE

I.

Benchè una voce stentorea avesse già gridato più volte: — Partenza! Partenza! Partenza! — il treno non s'era ancora mosso che i miei compagni di viaggio, tutti soci più o meno valorosi del Club Alpino, mi avevano già messo due limoni sulla bocca dello stomaco, un barometro e un contapassi nei taschini del panciotto, una bussola nella borsetta del tabacco, e due carte geografiche nelle saccocce della giacca: due maledette carte geografiche, le quali, quando per disgrazia mia venivano aperte non c'era più modo di poterle richiudere. Tutto questo materiale scientifico di cui i miei amici mi avevano infarcito mi fece pensare subito che io forse m'ero messo con soverchia leggerezza in una impresa troppo difficile per le mie gambe, e mentre la voce stentorea seguitava a gridare: — Partenza! Partenza! Partenza! — fui vinto dal vile pensiero di scendere e di squagliarmi; ma, ohime! proprio quando il mio pensiero stava per tramutarsi in azione, il treno sussultò, prese a muoversi piano piano, uscì dalla stazione e principiò a galoppare per la campagna.

Alea jacta est, mormorai fra me e me per darmi coraggio; guardai col cuore stretto la cupola di San Pietro che correva a nascondersi dietro gli archi di un acquedotto alla cui ombra riposavano alcuni buoi, e mi addormentai. I sogni che funestarono il mio sonno furono orribili. Prima mi parve di essere inseguito da un orso bianco il quale mi divorava con tutte le carte geografiche e le bussole che avevo indosso, cagionandomi il grandissimo dispiacere di non saper più da qual parte orientarmi; poi mi sembrò di essere non so più a quante migliaia di gradi sotto lo zero e diventare una granita di limone; da ultimo sognai di cadere da una montagna altissima in una valle bassissima: per l'effetto della caduta il barometro si spezzava, il mercurio scappava via e io dietro, di corsa, cercando di raccattarlo col cappello. E la corsa non fu breve davvero! Figuratevi che io il mio mercurio non lo potei ripigliare se non nella stazione di Frosinone, ove il treno si fermò ed io mi svegliai.

Fuori della stazione di Frosinone stavano ad aspettarci due vetture; vi salimmo, e dopo di aver percorsa una pianura gialla, ove scintillavano qua e là i falcetti dei mietitori, e di avere attraversato alquanti colli rivestiti di ulivi, di olmi, di querce e di pioppi arrivammo in Alatri. Colà ci ristorammo con un piatto di spaghetti eccellenti; visitammo le mura ciclopiche, eccellenti anche esse; entrammo in qualche chiesa; ci fermammo davanti agli avanzi di alcuni edifici gotico-romani; leggemmo due o tre iscrizioni latine; ci riposammo un momento nel Caffè della Dodicesima Legislatura e ripartimmo subito per Guarcino.