A Guarcino ci fermiamo in mezzo a una piazza, piena di bambini e di galline, per dare un po' di respiro ai cavalli; ed io ne approfitto per avvicinarmi a un omnibus verde, carico di attrezzi da circo, su cui leggo questa misteriosa iscrizione: Compagnia Cavallerizza Colorita. Accanto all'omnibus verde un cavallo bianco, magro e gobbo dorme sulle quattro zampe, e due saltimbanchi, curvi su una caldaia nera, rimescolano una broda giallastra. Quando lasciamo Guarcino il cielo si copre di nuvole, la pioggia cade e ci segue fino all'Osteria d'Arcinazzo. Quivi lasciamo le vetture, e mentre il cielo ritorna sereno, incominciamo a salire pian piano verso Vallepietra. A destra sotto di noi dal fondo della valle, il cui verde, velato dall'ombra del giorno morente, incupisce, s'ode venire un continuo rumore d'acque cadenti. È il Simbrivio, il quale appena nato scende già frettoloso verso Cominacchio per ivi finire la sua vita breve nelle acque dell'Aniene. Mentre il Simbrivio scende e noi saliamo per la ripida via mulattiera, da lontano, fra i rami degli alberi, vediamo brillar qualche lume. Poco dopo udiamo anche qualche voce e ci troviamo in mezzo a una torma di pellegrini che sale al santuario della Trinità.

— Da quale paese venite? — dimando a un'ombra, passandole accanto, e l'ombra mi risponde: — Da Ferentino.

— E quando ci arriverete alla Trinità?

— Domani.

E domani ci arriveremo anche noi; poichè noi non ci siamo mossi da Roma soltanto per fare dell'alpinismo, o, per esser più precisi, dell'apenninismo; ma anche per assistere ad una cerimonia sacra e caratteristica che si celebrerà dopo dimani nel santuario della Trinità; santuario fondato nel quinto secolo dai monaci di San Benedetto sur una rupe del monte Autore, poco lungi da Vallepietra, a mille e trecento metri di altezza. La cerimonia sacra a cui assisteremo si chiama Il Pianto delle zitelle: ed è, a quel che mi dicono, una rappresentazione della passione e morte di nostro Signore: un rimasuglio, forse, di quei componimenti ispirati quasi sempre dalla Bibbia, i quali, come tutti sanno, fin nel più lontano medio evo venivano recitati prima in forma di dialogo e poi come veri e propri drammi, e servivano con l'allettamento dell'arte a tener viva nei cuori la fede nei dogmi e ferma nelle menti la memoria delle leggende e dei miracoli della nostra religione. Cotesta rappresentazione ha luogo ogni anno nella domenica seguente alla Pentecoste, e per vederla migliaia e migliaia di pellegrini si partono dalle città, dai paesi e dai borghi del Lazio, dell'Abruzzo e della lontana Campania e salgono al santuario.

Ma il Pianto lo sentiremo piangere dalle zitelle dopo dimani; per intanto ci lasciamo dietro i pellegrini che salgono il monte lentamente, cantando di tempo in tempo giaculatorie, e dopo un altro po' di cammino arriviamo a Vallepietra. È già notte buia. Traversiamo il paese e andiamo subito a trovar l'arciprete, amico nostro e del Club Alpino, che gli ha affidato la direzione di un osservatorio termo-pluviometrico. Egli ci accoglie a braccia aperte, e dopo un po' di conversazione rallegrata da parecchi bicchieri di un vinetto squisito e riscaldata da un focherello scoppiettante in un enorme camino, ci conduce in una stanza, apre una finestra e ci mostra il suo osservatorio: due vasi di matricaria, un vasetto di basilico, un cassettoncino di pomidori, un piccolo recipiente di zinco ed un termometro.

Appena la finestra dell'osservatorio si richiude, la porta della stanza si riapre e appare ai nostri occhi la figura corpulenta e gioconda del signor Gazzetti, l'oste di Vallepietra, il quale col più dolce dei suoi sorrisi ci dà l'annuncio che la cena è pronta e ci invita a seguirlo. Lo seguiamo subito, ed egli appena è in istrada, prima ci manifesta tutta la sua allegrezza per aver ottenuto dalla sezione di Roma l'alto onore di poter fregiare la propria taverna con lo stemma del Club Alpino Italiano; e poi ci dice che volendo di cotesto onore rendersi degno ha pensato di recarsi nella prossima estate sulla cima del monte Velino da dove si gode un colpo d'occhio impossibile, perchè da una parte si vede il mare e dall'altra l'istesso. Noi lo incoraggiamo a tentare l'ardua ascensione, ed il buon uomo tutto ringalluzzito ci precede a gran passi, ansando; ma arrivato a una piazzetta, con la scusa di farci osservare due lunghi pali di faggio, innalzati davanti a una chiesa, si ferma. I due pali secondo un'antichissima consuetudine vengono confitti nel terreno dai fanciulli e dai giovinotti del paese, ogni anno, nel primo giorno di maggio e sono chiamati Kalendi. Il più alto è quello dei giovinotti ed ha sul vertice un ramo di frassino, l'altro ha la punta ornata da una frasca di ginepro. Sulla piazza vediamo anche un palazzo nero, e sul cielo palpitante di stelle una torre quadrata e merlata, costruita sei secoli addietro da un nipote di Bonifacio ottavo. Torre e palazzo appartennero già ai Caetani, poi agli Astalli, quindi ai Marefoschi ed ai Piccolomini, e ora sono dei Troili, i quali ne dividono le proprietà coi topi, coi pipistrelli, coi gufi e le civette. Il Gazzetti ci fa ancora ammirare, accanto a una delle finestre del palazzo, una vecchia trave infissa nel muro, la quale nei suoi bei giorni serviva a distribuire i tratti di corda a quei vallepietrani che se ne erano resi meritevoli; e poi ci conduce nella sua taverna, ove finalmente troviamo imbandita la cena, il cui piatto principale consiste in uno squisito arrosto di vitella con la barba, ovverosia di capra.

L'oste, servendoci in tavola, non perde una sillaba dei nostri discorsi, i quali su per giù, ma più giù che sù, si riferiscono a varie ascensioni e discese di aspre montagne, e ne rimane tanto entusiasmato da non saper più trattenersi dal confessarci il desiderio suo di salire il Gran Sasso: e quando la cena è finita egli, salendo col pensiero anche più in alto, non sa nasconderci la speranza di potere in un avvenire non troppo lontano recarsi su qualche vetta delle Alpi. Noi gli auguriamo di gran cuore che le sue speranze si realizzino; beviamo ancora un bicchiere e usciamo dalla bettola. L'oste ci segue e dopo qualche passo si avvicina a uno di noi, e trattenendolo per la giacca, con una circospezione grandissima, gli sussurra all'orecchio che il barlometro è di una difficoltà impossibile.

— Ma non hai letto il libro che ti è stato mandato? — gli chiede il nostro compagno.

L'ho letto — ripiglia l'oste, aprendo le braccia — ma non ci ho potuto capirci la più piccola parola.