Il sole è già alto e noi saliamo verso il santuario della Trinità, ove stanotte dormiremo alla meglio in una capanna, e domani assisteremo alla sacra cerimonia del Pianto e vedremo le zitelle. Quando la salita incomincia a farsi sentire ci fermiamo dinanzi a certe rocce dalle quali sgorga un filo di acqua, e sappiamo da un giovinetto di Vallepietra che il luogo ove siamo si chiama l'Acqua delle Donne.
— Perchè? — gli chieggo.
— Perchè le donne quanno che loro ritorneno dalla Ternità se ce laveno sotto pe' devozione. — mi risponde il giovinetto, ridendo; e appena ci rimettiamo in cammino mi mostra un'altra sorgente chiamata l'Acqua Cornetta: e poichè vede l'interesse col quale io l'ascolto, dopo di avermi additata una cappelletta bianca che porta il nome non molto poetico di Porco Grasso, si ferma sotto a una quercia sul cui vecchio tronco nereggia una croce, e mi dice che la cerqua si chiama li Quarti de Baragà.
Sorpreso della stranezza del nome dell'albero rivolgo all'adolescente qualche dimanda, e dalle sue risposte riesco a sapere una storia orribile.
Molti anni addietro un francese, un tal Baragas, sotto alla cerqua vi uccise un pastore per derubarlo. Il francese fu arrestato e portato a Napoli e colà fu impiccato: poi il suo corpo venne chiuso in una bigoncia e spedito a Vallepietra, ove il maestro di giustizia, dopo di averlo squartato ne mise li quattro quarti su la schiena di un asino, li portò sulla faccia del logo del delitto e li appese ai rami della cerqua sotto alla quale era stato assassinato il pastore.
Mentre raccoglievo dalle labbra del giovinetto il racconto macabro alcuni pellegrini che passavano si fermarono dinanzi all'albero; si inginocchiarono, biascicarono qualche avemaria, buttarono qualche sasso sulla croce e si allontanarono. Dimandai per qual ragione i pellegrini, dopo di aver pregato avessero gittato i sassi sulla croce; ma nessuno me lo seppe dire. Mi risposero tutti: — Hanno fatto accusì, perchè fanno sempre accusì. Immaginai che forse la preghiera fosse per l'anima della vittima e il sasso per quella dell'assassino, e ripresi a camminare pensando come ad ogni modo la costumanza dovesse essere certamente un detrito dell'antichissima litholatria. E non mi parve per nulla affatto strano il veder conservato un tal culto in un paese ove di sassi ce ne sono anche troppi!
L'arciprete di Vallepietra che ci precede cavalcando un muletto interrompe le mie meditazioni pietrose, fermandosi per indicarmi una sua proprietà che ha nome Belvedere. Un burlone gli suggerisce subito di piantarvi molti cavoli per rivenderne i torsi ai musei. Oltrepassato il podere dell'arciprete il sentiero ove siamo, girando e rigirando in un labirinto di rocce, ci porta sul sommo di una altura e di lassù vediamo in tutta la sua imponenza la rupe gigantesca ai cui piedi il santuario sembra un giocattolo. La rupe di calcare azzurrino, macchiato qua e là dal giallo ranciato dell'ossido di ferro, sorge sul ripido pendio della montagna come una parete enorme, e si inalza a perpendicolo per circa duecento cinquanta metri. Mentre siam fermi ad ammirarla ci viene agli orecchi un romore di canti e di grida, interrotto di quando in quando da qualche fucilata.
— S'ammazzano? — chieggo, ridendo, all'arciprete.
— No — mi risponde serio serio dall'alto del suo muletto il buon prete — festeggiano la Trinità; — e scotendo il capo mi dice come cotesto modo di festeggiarla sia spesso cagione di gravi disgrazie, poichè al rintronare delle schioppettate dalla rupe solcata da enormi screpolature i sassi cadono sulla folla, sì che ogni anno qualcuno torna a casa, se pur ci ritorna, con la testa rotta.
Seguitiamo a salire, e a poco a poco sotto alla rupe incominciamo a distinguere qualche cosa somigliante a un brulicare nero di formiche intorno a piccoli cespugli: saliamo ancora, e via via i piccoli cespugli si trasformano in querce, in aceri ed in faggi colossali, le formiche diventano persone, e ci troviamo in mezzo a migliaia e migliaia di uomini e di donne di tutte le età, che pregando, cantando, urlando, e di tanto in tanto distribuendosi a vicenda solennissimi cazzotti, cercano di avvicinarsi al santuario. Il santuario, non molto grande, è tutto scavato nella roccia, e per entrarvi bisogna salire due scalette e passare su un terrazzino; ed è appunto sotto alle due scalette che la folla s'agita più fitta e più romorosa. Alcuni uomini armati di fucili provano a mettere un po' d'ordine nella moltitudine invasata dal furore religioso e dal desiderio di penetrare nel luogo sacro, ma non arrivano ad altro che ad accrescere il disordine. Quando dopo una lotta degna di miglior causa io riesco ad avvicinarmi ad una delle scalette, mi trovo accanto a uno stendardo su cui leggo scritto a grandi lettere: Compagnia di Anagni. Lo stendardo è sorretto da due donne e tutti quelli che vi sono intorno strillando: — Largo! Largo! Largo! — si chinano verso il terreno come se cercassero qualche cosa. Guardo anch'io ove tutti guardano, e veggo con ribrezzo due uomini e una donna che andando carponi con la faccia nel fango si muovono lentamente fra i piedi dei loro vicini. I tre sciagurati hanno incominciato a camminare con le ginocchia appena han visto da lontano per la prima volta il santuario, e per mantenere una promessa fatta alla Trinità, dovrebbero arrivare camminando sempre così fino dinanzi alla sua immagine miracolosa; ma al primo gradino della scaletta si fermano e non possono andare più oltre. La folla tenta di animarli coi gesti e con le parole, li esorta a proseguire e li stimola ad adempiere il voto; ma i tre disgraziati nello stato di esaurimento in cui sono non veggono e non sentono più nulla e rimangono immobili. Qualcuno spruzza sui loro volti un poco di aceto. Tutto è inutile. Allora si fanno avanti alcuni contadini; li legano con lunghe corde, e uno alla volta li traggono su in cima alla scaletta come se fossero fagotti di cenci, e mentre tutti alzando le braccia urlano: — Grazia! Grazia! Grazia! — li spingono nel santuario, ove li segue tutta la Compagnia.