Poco dopo, vincendo il turbamento cagionatomi da tanta abiezione, li seguo anch'io e li riveggo inginocchiati dinanzi a un altare chiuso dentro a una cancellata dalle cui sbarre di ferro pendono fucili, pistole, stampelle, vesti, grembiuli ed altri oggetti coperti di polvere messi lì a testimonianza delle «grazie ricevute». I due uomini coi volti insozzati di fango, col naso insanguinato e con gli occhi fuori delle orbite agitavano le braccia verso una pittura antica; e la donna, anche lei col viso imbrattato di mota e con gli occhi sbarrati, brancicava con le mani luride la tovaglia bianca dell'altare e tossiva; e ad ogni scoppio di tosse il sangue le usciva dalle labbra escoriate, le scendeva giù pel collo e le macchiava la camicia. Il resto della Compagnia era fuori della cancellata. Uomini e donne di ogni età, tutti ammucchiati in terra uno addosso all'altro pregavano, e di tanto in tanto, alzando le mani tremule, prorompevano in grida e lamenti che rintronavano sotto la volta bassa del santuario. Qualche lampada spandeva un po' di luce giallognola nell'aria densa impregnata di esalazioni stomachevoli.
Accanto all'altare due preti, seduti comodamente su due seggioloni, appoggiavano i gomiti sopra a un tavolino su cui erano un gran libro aperto e un piatto di metallo: il libro per notarvi tutte le messe, piane o cantate che, a richiesta dei fedeli, dovevano poi celebrarsi in suffragio dei morti, e il piatto per raccoglierne subito il prezzo a vantaggio dei vivi.
Difatti non appena qualcuno sorgendo dalla folla prostrata a terra e genuflessa si approssimava al tavolino, vedevansi i due preti curvarsi sul libro aperto e udivasi il rumore squillante dei soldi cadenti nel piatto metallico.
Nel breve tempo che rimasi con la Compagnia d'Anagni io vidi molte donne appressarsi al tavolino per lasciarvi i loro risparmi nelle mani dei preti; una fra le altre che oltre ai quattrini vi lasciò anche un involto. Uno dei preti lo prese con un gesto d'impazienza, l'aprì, e, scotendo il capo, ne cavò fuori due bellissime trecce di capelli biondi; le guardò un momento e le porse al suo vicino, e questi a sua volta le dette a un sagrestano che le appese a una sbarra della cancellata fra un mazzo di coltelli arrugginiti e una pistola rotta.
— È robba d'un'ossessa. — mi disse subito un contadino; e seguitò: — Ah, signoria! Si tu l'avessi vista un anno de là! Era la più bella de lo paese! Era bianca e rossa come 'na rosa! Ibbè? Quanno che gliu diavolo, Dio ne libbera me, gli entrava in cuorpo e la scoteva, addoventava 'na pazza! Mo la Ternità gli ha fatto la grazia e lei se ha tagliato le trecce e ce l'ha donate.
Il contadino aveva appena finito di parlare quando i due preti, alzando e agitando le braccia, incominciarono a gridare: — Su, che basta! Jate fòra!
Nessuno si mosse.
— Su, che basta! Jate fòra! — ripeterono i preti, e fatti rizzare per forza i tre inginocchiati dinanzi all'altare li mandarono fuori della cancellata. Allora si udì squillare un campanello: alcuni uomini armati di fucili, gridando anche loro: Fòra! Fòra! Fòra! entrarono nel santuario, e un po' con le buone e un po' con le cattive riuscirono a fare alzare i pellegrini e a spingerli verso la porta.
Mentre tutti se ne andavano, volgendosi di tanto in tanto a guardare l'altare, una donna rimasta indietro si trasse dal petto una moneta e la diede sottomano a un prete.
— Lassate chesta. — borbottò una voce: e la contadina fissando con gli occhi sfavillanti di gioia l'immagine della Trinità andò a rimpiattarsi nell'ombra.