Uscendo dal santuario m'incontrai in un giovinetto col volto rigato di sangue. Due contadini lo portavano a spalla e lo seguiva una donna piangente. Altre donne intorno a lei urlavano: Grazia! Grazia! Grazia! Che cosa era successo? Un sasso, uno di quei sassi dei quali mi aveva parlato poco prima l'arciprete di Vallepietra, s'era staccato dalla rupe ed era caduto sul capo del giovinetto facendolo stramazzare a terra privo di sentimento: l'avevano rialzato ed ora lo portavano dinanzi alla Trinità. E la Trinità per guarirlo non si fece pregar molto. Affaccendata in tante faccende sbrigò le cose alla lesta! Difatti poco dopo, ripassando davanti al santuario, l'adolescente moribondo lo rividi in ottima salute: stava genuflesso devotamente e pregava con le mani giunte; e un vecchio gli tagliava i capelli intorno alla ferita bagnandogli di tanto in tanto la testa con un cencio intriso d'acqua santa.
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La folla aumenta sempre. I pellegrini arrivano a torme da tutti i sentieri che dal fondo delle valli salgono al santuario, e le Compagnie si seguono una all'altra continuamente. Ogni Compagnia appena è giunta alla meta sospirata del suo viaggio si sceglie sotto gli alberi o fra le rocce al riparo dal vento il luogo dove passare la notte, e vi innalza subito una catasta di legna, il cui fuoco dovrà difenderla dal freddo. Sulla costa del monte, che pende sotto ed intorno al santuario, di coteste cataste formate per lo più di bellissimi e robusti rami di querce, di faggi e di carpini, tutte coronate da una croce, ve ne sono a centinaia, e accanto ad esse s'aggruppano migliaia di pellegrini. Alcuni vinti dalla fatica del lungo cammino col capo posato sui loro fagotti di cenci dormono; altri mangiano avidamente pane ruscio e formaggio o masticano guainelle e lupini; qualcuno rallegra i compagni col suono della cornamusa; qualche donna cava da una cesta di vimini piena di stracci un bimbo, lo bacia, se lo porta al seno e lo allatta; i più, eccitati dal fervore religioso e felici di trovarsi finalmente accanto alla casa addove abbita la Santissima Ternitane, cantano con le voci rauche e gutturali preghiere monotone senza mai fine.
Dopo di aver girato qua e là fra la folla dei pellegrini, mi rifugio in una capanna, costruita dalla sezione romana del Club Alpino addosso alla rupe, poco lungi dal santuario, per cercarvi un po' di riposo, e ci trovo invece diversi preti che stanno prendendo le ultime disposizioni per la festa di domani.
La capanna è, si può dire, il quartier generale della preterìa: ovunque, sulle panche e alle pareti vi sono fiori di carta e di talco, fasci di candele, arredi sacri, stendardi, croci e alcuni fucili, senza dei quali in questi paesi pare che non sia possibile di celebrare nessuna festa nè religiosa nè profana. Di tempo in tempo qualche festarolo, cioè qualcuno di quei contadini grassi i quali si assumono la direzione e l'impegno pecuniario della festa, entra nella capanna e va a confabulare coi preti. A uno di cotesti contadini uno dei preti dimanda: — Come va la cera?
— Nun c'è male.
— E le messe?
— Ringraziamo Iddio; se potemo cuntentà'.
— E per il Pianto è pronto tutto?
— Tutto! Ogni cosa è al suo ordine.