Certo non è nostra intenzione di rimestare politicamente il fango della Regia Cointeressata. Noi non scriviamo un periodo di storia contemporanea, ma siamo pur tenuti a dirne quel tanto che basti a quei lettori, a cui ora sorride la più bella età della vita ed erano allora spensierati adolescenti. Questi non possono avere idea di quell'incredibile avvenimento, sul quale con molta generosità i liberali hanno steso un velo pietoso di oblio. Esso servirà a mostrar chiaro come luce di sole una verità fin d'allora soffocata nel silenzio, negata con albagia anche oggi da chi l'ha negata allora, e nella quale la bellissima Nanà avrebbe potuto dire una parola molto persuadente.

* * * * *

Nei giorni in cui Nanà arrivava a Firenze un temporale si addensava mormoreggiando sull'orizzonte. Un vergognoso segreto—da pochi saputo e dissimulato gelosamente alle turbe—gettava gli animi, schiettamente innamorati del loro paese e della monarchia, nella sfiducia e nello schifo della vita pubblica.

Si cominciava appena appena a dimenticare la strage di Mentana; i prudenti, gli addormentatori ripigliavano a cantare la nina nanna alle aspirazioni verso Roma e domandavano con una convinzione profonda e sincera che cosa ci avessero mai guadagnato quei poveri figliuoli, che erano rimasti sul campo sotto le palle dei chassepots di Francia.

Nanà francese adunque non giungeva certo a Firenze in buon punto, se ella fosse stata una donna portata a conoscere i rompicolli e i liberali. Fortunatamente per lei, mentre i rompicolli, feriti, perseguitati, nascosti scontavano la pena delle loro impazienze e della loro piccola fede nei mezzi morali, la mania degli affaristi e le orgie dell'agiotaggio erano al colmo. I giornali onesti in que' giorni non parlavano che di crisi, di carrozzini, di apostasie, di coscienze vendute, di tradimenti, di debiti non pagati, e di altre cose molto concludenti per la felicità e per la grandezza della patria.

Il ministero era in quel tempo un sinedrio eteroclito e pazzo di personaggi spostati, ripugnanti fra loro ed assurdi; un cibreo, un baragozzo, una mascherata degna di giovedì grasso. Oggi ancora, chiunque con animo pacato si volge a giudicare quel ministero colla indifferenza filosofica di chi è sfuggito al danno e alla vergogna, non può far a meno che sentir nell'animo una grande amarezza mista a una compassione badiale. Quel ministero, di cui non si darà forse più l'eguale, era formato da un generale devoto a Santa Caterina, da un avvocato permanente, da un democratico rifatto, da un conte fallito, da un prodittatore di Garibaldi a spasso, da un impiegato della Gresham e da un marinaio che ne sapeva di politica come un ippopotamo.

A compiere la baraonda eterogenea s'era trovato perfino un eterno bimbo, il quale aveva accettato il portafogli di agricoltura e commercio da lui e da suoi amici, spesse volte dichiarato inutile e degno di abolizione.

La ragione di tanto aborto stava in parecchie cause segrete e complesse, alcune d'ordine politico, altre d'ordine finanziario.

Alle prime, ho già accennato; alle seconde vengo ora.

Tre o quattro giorni dopo l'arrivo di Nanà a Firenze, ella, nella sua vittoria a due cavalli, s'era incontrata alle Cascine col phaeton d'un personaggio, il quale, alla vista della cocotte parigina, s'era levato a sedere curiosamente e l'aveva seguita collo sguardo fino a perdita di vista.