La mattina seguente, a Nanà, che stava alla sua teletta, fu recato dal cameriere dell'albergo un biglietto di visita.

Lesse: Il cav. Bonaventuri, con quel che segue.

"C'è cascato!" pensò Nanà, e disse al cameriere di lasciar entrare la visita.

Il cav. Bonaventuri era un aiutante… di alcova. È assolutamente inutile, che noi ripetiamo qui il dialogo che accadde fra Nanà e quel signore, nè le proposte e le accettazioni che ne seguirono sotto il suggello del più alto segreto.

Il fatto è che il gran personaggio, dopo quindici giorni che conosceva
Nanà, si trovò di essere più che mai in estremo bisogno di danaro.

A chi si sarebbe egli rivolto se non al conte di Schifanoja, ministro delle finanze, che, come Marco Minghetti, aveva accettato il portafogli per ispirito di annegazione?

L'incontro di Nanà alle Cascine aveva fatto traboccare nel personaggio la necessità di ottener una somma da un banchiere compiacente. E giacchè si doveva pensar al rimedio, si voleva che fosse radicale. Il bisogno era vecchio, ma Nanà gli dava l'ultima spinta; la domanda insistente cominciò a diventare un aculeo potente nelle costole del ministro delle finanze.

Fu allora che il conte di Schifanoja venne autorizzato dalla Camera ad emettere in favore della Regia Cointeressata dei Tabacchi tante obbligazioni quante ne occorrevano, perchè entrassero nelle casse dello Stato cento ottanta milioni.

Ora avvenne che lo Schifanoja ne emettesse invece per duecento sette milioni; e allora ci fu chi cominciò a domandare dove mai fossero andati a finire i milioni che crescevano.

Nanà avrebbe saputo fin d'allora dirne qualche cosa.