Di lì a qualche tempo avvenne un fatto che gettò nel pubblico italiano un nuovo lievito di curiosità e aumentò i misteri di quella nuova Elensi. Fu uno scandaloso e inesplicabile voltamento di giubba. Un onorevole, fra i più baldi campioni di democrazia, un pubblicista che aveva passata la sua vita a dir male di Dio e dei santi, della corte e dei cortigiani, del sistema monarchico e di chi ne fa le spese, a un tratto, senza una scusa al mondo, senza ragione apparente, senza un appiglio palese, si era dato piedi e mani legate in balìa dei conservatori e dai banchi di estrema sinistra era passato con armi e bagaglio a sedersi in quelli da lui per sì lungo tempo vituperati.
Allora ci fu anche chi stette perplesso se più meritasse disprezzo il disertore o quei vigliacchi che lo accoglievano a braccia aperte dopo aver ricevuto da lui tanti schiaffi.
Ma i conservatori facevano il loro mestiere; il disertore invece appariva tre volte infame. Della fede lungamente ed efficacemente espressa da parecchi anni in molti giornali egli aveva fatto getto in un giorno solo; e con una disinvoltura ineffabile aveva compiuto uno dei più spudorati voltafaccia di cui s'abbia mai avuto esempio negli annali dei Parlamenti di questo mondo.
Costui era stato presentato a Nanà pochi giorni prima, e con lei aveva complottato molte cose.
Quella incredibile apostasia trovò un mondo di commentatori e di detrattori. Chi la scusava erano i nuovi amici della giubba voltata. "Imparino i signori democratici—dicevano essi—a trattare come trattano i loro uomini di merito!"
Ma tutta la gente onesta e senza ambizioni politiche provò per quel traditore uno sterminato disprezzo. Chiunque sa che cosa sia la nausea che nasce nel vedere, per esempio, degli ingordi invitati far a pugni per giungere a dare il sacco a un buffè, oppure nel veder un giovinetto povero ma aitante vivere alle spalle di una vecchia grima può farsi oggi un'idea del sentimento disgustoso die suscitò in Italia il voltafaccia di quel miserabile deputato.
Il mistero aumentava. La coscienza pubblica protestava, ruggiva, cercava la luce. A Firenze già parecchi segnavano a dito Nanà colla quale qualche volta il deputato traditore si mostrava in pubblico. Si voleva sapere come potesse accadere che ella già rovinata dalla roulette di Montecarlo pure spendesse dieci o dodici mila franchi al mese e il perchè, lui, il giubbarivolta, dopo avere per molti anni gridato contro il sistema di governo consorte e i carrozzini, si fosse di repente fatto sostenitore, oratore, paladino e complice di quelle brutte cose.
Allora venne proposta alla Camera una inchiesta parlamentare.
Veramente una inchiesta, fatta in mezzo a della gente, che a grande maggioranza non voleva saperne e che non dissimulava punto l'agonia in cui la si trovava a sentir menzionare quella fatale parola, che già una volta aveva macchiato in fronte il partito—non parve agli Italiani il mezzo più efficace per venir a capo di qualche cosa. Ma questa—si potrebbe ripetere col Manzoni—è una di quelle sottigliezze metafisiche a cui non si arriva facilmente.
Si capiva già prima che l'inchiesta si aprisse che ben poco sugo se ne avrebbe potuto cavare. La maggioranza aveva interesse a conservare il buio, e avrebbe fatto ogni sforzo per salvare i ladri. Che i milioni di messer di Schifanoja mancassero al conto tutti lo sapevano; dove fossero andati a finire, molti lo sospettavano, ma ben pochi lo dicevano perchè si andava anche a rischio di farsi far un brutto tiro. E i giorni passarono, e Nanà aumentava il suo lusso, le sue stranezze e le sue prodigalità.