"E me la fecero tanto seriamente, che si uccisero quand'io negai! È orribile! Bisogna che io vendichi l'ombra di quel povero Giorgio, che mi amava in quel modo! È impossibile che io non faccia il solito effetto su… codesti Milanesi… per quanto m'abbiano detto che sono seri egoisti e scorbellati. Noi vedremo."

Quel nous verrons fu una specie di sfida alla gioventù dorata di Milano. I moti di modestia che talvolta sorgevano in Nanà finivano sempre con una sfida all'insensibilità mascolina. Ella si trovava tosto assai stupida e assai stupita di avere potuto concepire un dubbio sulla propria irresistibilità e mostrava immantinenti la nuova certezza nelle proprie forze conquistatrici, con un sorriso leggiadriasimo, in cui c'entrava però un poco d'amarezza e una gran dose di fatuità. Ella aveva sempre—e a ragione—una grandissima stima delle proprie attrattive e della flessibilità prodigiosa de' suoi mezzi uccellatori; ella si rammentava quante volte a Parigi degli uomini seri che pur conoscevano la sua origine bassa, e le sue pazzie sfrenate, e la sua vita vergognosa, si erano rotolati a' suoi piedi supplicanti, a mani giunte, per chiederle la mano di sposa… e si teneva certa di far il suo partito a Milano.

L'idea di accasarsi nobilmente, la speranza di poter entrare nel gran mondo, il pensiero di trattar al tu per tu le dame che l'avevano tanto disprezzata, la soggiogavano. Le difficoltà stesse ch'ella prevedeva dovessero insorgere per giungere alla stretta dei nodi, aguzzavano smisuratamente quel suo nuovo desiderio e gli davano una spinta poderosa. Ella stessa si maravigliava, a certi punti, di trovarsi così salda in un proposito e di scoprire ancora in sè stessa, tanto lievito di volontà, di speranza e di entusiasmo.

* * * * *

Giunta a Milano di notte, Nanà senza aver pensato a farsi dare a Firenze una indicazione di albergo, disse al cocchiere del calesse di condurla al primo hôtel, al più chic!

—E i bauli?—domandò questi.

—Li manderemo a prender domani! Sono dieciotto!

Il cocchiere naturalmente la condusse all'albergo della Ville.

Ora avvenne che seduti agli ultimi due tavolini del caffè dell'Europa, verso la porta dell'albergo, si trovassero in quel punto Enrico O'Stiary e il marchese Sappia, che eran usciti in quel punto dalla Luisa e pigliavano un grog. Un po' discosto da loro Ernesto Cantis, il giovane di avvocato, beveva una birra.

O'Stiary e Cantis videro prima passar dinanzi nel calesse Nanà, poi videro il legno arrestarsi lì accanto all'albergo. Il conte mandò una piccola esclamazione, che fè volger il capo al Sappia. Ma il Sappia, lì per lì, non ravvisò nella bella viaggiatrice la donna, che tre anni prima egli aveva con tanta ansia aspettata invano per tanto tempo, dalla Tricon! Il Sappia aveva la luce delle lanterne negli occhi e non poteva veder bene nelle tenebre. Ma O'Stiary e Cantis, che la luce l'avevano a ridosso, scorsero abbastanza per restarne molto colpiti entrambi. Era l'effetto che faceva sempre Nanà a chi la vedeva per la prima volta.