"Bisogna dire che a Milano le donne abbiano lo sguardo delle Arpie quando fissano gli uomini" pensò Nanà.
Le sventure passate, il rimorso e la superstizione le avevano messo nella guardatura e nel muovere delle pupille una particolarità degna di attenzione. Que' suoi occhi, più grandi del vero, a prima vista parevano supplicanti e desiosi.
Voi credevate in buona fede che ella vi avesse fissato in quel modo, perchè la vi trovasse bello o piacente, perchè la vi desiderasse, perchè forse… oh Dio! già segretamente la fosse presa delle vostre fattezze. E allora mille fuochi e speranze avvampavano o scattavano nel vostro interno. Avvampavano se avevate il temperamento sulfureo, scattavano se lo avevate fatto a molla.
Ebbene?
Quand'essa distaccava da voi lentamente le sue pupille, se voi eravate filosofo, se nello sguardo altrui sapevate discernere il vero sentimento che lo ispirava, vi sareste accorto che ella, non che fissarvi, nè desiderarvi, nè amarvi già in segreto, non la vi aveva nemmanco notato, non la si era neppure accorta di voi, non la vi aveva veduto passare che tampoco.
Nanà non aveva sguardi che vedessero davvero, se non per le cose che appetiva o per le persone che odiava.
Non parlo di quelle che essa amava, per una ragione semplicissima.
Che ella, come non aveva amato mai davvero, così non amava nessuno ancora.
Fontan lo aveva subito più che amato. Era stato piuttosto un bestiale istinto che una pena di cuore la sua.
All'oggetto desiderato o alla persona odiata nessuna creatura al mondo sapeva guardare meglio di Nanà. Ma gli indifferenti? Essa non li vedeva. I suoi occhi difficilmente si occupavano del mondo esteriore, se non per raccogliere alla sfuggita e all'ingrosso i taciti omaggi dei passanti. L'orgasmo continuo e febbrile della sua ambizione non le permetteva di discernere se non quello che premeva a' suoi istinti felini di donna e alla sua smisurata vanità.