Nanà ormai guardava più spesso all'indentro di sè stessa che non al di fuori. Le imagini sanguinose, i fantasmi della sua vita passata non erano scomparsi mai dalla sua fantasia. Essa portava con sè la catena d'un rimorso non vivo, nè salutare certamente, ma molesto e perenne. Talchè giammai quella sua plastica bellezza era stata così pericolosa e più procace!

* * * * *

Una delle otto lettere d'amore noi la conosciamo già. Nanà l'aveva trovata nel manicotto uscendo dall'avvocato Delguasto, dov'era andata a consulto, per una certa coda di processo ch'è inutile richiamare in questo punto.

Nanà ebbe un bel domandare a sè stessa come mai quella lettera avesse potuto capitare nel suo manicotto, e non trovò la risposta. Ella non s'era nemmeno accorta di Ernesto Cantis, non l'aveva veduto, o per meglio dire, non l'aveva osservato. E lui credeva, il povero ragazzo, ch'ella nutrisse già per lui una segreta simpatia!

IV.

In casa Martelli la conversazione, tanto più se presente don Ignazio, era la cosa più gaia e più spiritosa che si possa imaginare. E, sopratutto, libera assai. Bastava infatti, che non si parlasse in alcun modo di donne, nè di romanzi, nè di santa Chiesa; bastava non si parlasse male nè del sistema di governo, nè dei preti, nè dei carabinieri, nè della Banca nazionale, nè della Perseveranza; bastava non si parlasse bene nè dei repubblicani, nè di Garibaldi, nè di Vittor Hugo, del resto si era perfettamente liberi di ragionar di tutto, e d'altre cose ancora.

La Elisa era la sola a cui suo padre, volere o non volere, aveva dovuto fare qualche concessione. Non c'era stato verso di farle dire, nè di farle tacere molte cose che certa gente seria crede si debbano dire o si debbano tacere, dalle fanciulle bene educate. Essa—che pur toccava ormai i 18 anni—parlava sempre con una verginità di impressioni e con una schiettezza di frasi, che talvolta rasentavano la crudità, anche per sua madre, che era pure infatuata di lei. Questa non rifiniva mai di dirle che ella era troppo franca. Non c'era verso. Il di lui modo di esprimersi, quantunque scevro di malizia o di ironia, era sempre così vivo e così sentito, che gli amici di casa, gente avvezza a tutte le ipocrisie, a tutte le smorzature, a tutte le banalità delle solite conversazioni, ne restavano scossi e abbagliati. Perfino Aldo Rubieri, che era pur un artista di vaglia, non approvava sempre certe uscite della Elisa, quantunque ammirasse in lei l'ingegno originale e coraggioso, che gliele suggeriva. Suo padre, non pargliamone! Suo padre, in cuor suo, deplorava di avere contribuito a dar in luce una pazzarella di quel carattere, dal quale, secondo lui, un marito non avrebbe cavato nulla di buono.

"Figuratevi!—pensava—alludendo all'antico progetto—Testa falsa lei, testa falsa lui. No, no, no; cento volte no!

Non c'erano che l'Enrico e il marchese d'Arco, i quali la capissero pel suo verso e l'applaudissero. Essi davano sempre ragione alla Elisa, il che talvolta faceva arrabbiare il notaio fino all'escandescenza. Sua madre taceva e ne gioiva in segreto.

Spieghiamoci bene però anche su questo punto. S'intende acqua e non tempesta! Quella facoltà molto decisa di dir sempre le cose schiette e senza smorzature, non escludeva però nella Luisa un'altra facoltà, senza della quale essa avrebbe potuto qualche volta sembrar una scema in faccia a chi non l'apprezzava. Essa aveva molta schiettezza in cuore, ma aveva pur anche molto criterio e molta finezza in cervello, e sapeva a suo tempo e quando le conveniva, metter in pratica tutte le graziose astuzie della diplomazia femminile.