Giacchè altra cosa è saper simulare e altra cosa è saper dissimulare. La Elisa, incapace di simulazione, era forse a tempo e luogo maestra di dissimulazione. Tanto è vero che se le avesser dato un segreto da serbare, si sarebbe lasciata uccidere prima di svelarlo. Tutte le arti, le grazie, le disinvolture, le furberie, le moinerie, le capestrerie che il cuore detta istintivamente alle ragazze d'ingegno, essa le possedeva per istinto. Poche fanciulle, pur senza scuola materna e senza buon esempio in casa, sapevano acconciarsi stupendamente, mostrar, senza farsi scorgere, il piede e la mano bellissimi, muovere il ventaglio, dar il colpetto di mano allo strascico della veste, guardar in viso agli uomini con un sorriso modesto, alzarsi e sedersi, comparire e scomparire, quanto lei.

Il fatto è che a dieciott'anni l'Elisa era considerata da tutti come la testa più forte della famiglia. L'era una idea codesta che stava nell'aria. La si capiva chiaramente senza che nessuno l'avesse mai notata o lasciata supporre.

Se qualcuno, a tavola o seduto in circolo, diceva qualche cosa d'insolito o di bello, guardava in faccia alla Elisa. Il sorriso di lei era il premio certissimo al buon senso o allo spirito spiegato. Ella, dal canto suo, senza far mostra di accorgersi d'essere stata consultata o preferita, dava uno sguardo repentino a sua madre, e se questa non le diceva col cipiglio di tacere, si era certi di udirla esprimere la sua opinione talvolta perfino tagliente e frizzante, come quella di un piccolo Tayllerand in gonnella. Alcuni allora ridevano e commentavano l'arguzia della fanciulla; altri tacevano, come sopraffatti, e si trovavano quasi a disagio nel nuovo ambiente, che l'idea spiritosa dell'Elisa aveva formato intorno ad essi. Un leggero, un lontano, un vago sospetto li prendeva: quello di poter sembrare per avventura un pochino imbecilli in faccia a lei.

Un giorno, tra gli altri, il babbo notaio ricevette la lettera d'un pretendente alla mano di lei; un giovinetto della buona società, un conoscente di casa che da più mesi faceva una corte tacita e modesta alla fanciulla, senza aver avuto da lei la benchè minima lusinga.

Costui aveva sentito dire che ogni idea di matrimonio fra l'Elisa e il conte Enrico O'Stiary era andata in fumo. La dote e le speranze in fieri avevangli dunque dato il coraggio di chiedere la mano della vergine bellezza.

La lettera giunse dopo pranzo, mentre don Ignazio, colle due donne e il marchese d'Arco, stavano aspettando il caffè nel salotto. Il notaio, dopo aver letto il foglio, lo depose sulla tavola con un'aria fra il serio e il soddisfatto, ed espose ai presenti l'inaspettata domanda.

—Diamine!—sclamò la madre.—Non si usa, mi pare, a domandar la mano di una fanciulla per lettera. Si manda un amico a far la proposta.

—Non ne avrà!—osservò la Elisa.

—C'è della gente che, temendo il rifiuto, non ama che altri lo sappiano—osservò il marchese.

La Elisa intanto aveva messo, da lontano, lo sguardo sulla lettera, quasi per indovinare chi potesse essere quel pover'uomo, che veniva a chiederla in moglie, e aveva veduto in testa di quella lettera una cosa che l'aveva fatta sorridere; e foggiò subito in testa la risposta che avrebbe data a suo padre, se fosse stata interrogata sulla sua intenzione. In mancanza di un'arma gentilizia, lo scrivente usava dei fogli di carta, che portavano per cifra un ferro di cavallo.