—Ah, se è così—disse la Elisa—io temerei ch'egli dovesse amare più i cavalli di sua moglie.
Quel motto del maniscalco fece il giro delle conversazioni milanesi. Per qualche tempo i cartolai che tenevano della carta da lettera col ferro di cavallo per cifra, stupirono di non vedersene più cercata da nessuno.
Oggi la voga ripiglia.
Fortunati cartolai!
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Fra le convinzioni più ferme di Elisa, quella che sovrastava a tutte, la dominante, la sovrana, la inespugnabile nel suo cuore, era quella di non poter essere felice al mondo che unita al suo Enrico. L'affetto della impubere si era mutato, nei tre anni, in sentimento gagliardo ora ch'ella s'era fatta donna. Già fin da bambina, del resto, quand'essa aveva inteso per la prima volta il grido di Roma o Morte, si ricordava che per associazione di idee nella sua testolina era risuonato un altro grido consimile, essa aveva balbettato in cuor suo: Enrico o morte.
La Elisa aveva anch'essa, come Madame Aubray, le sue idee, innate od acquisite, poco importa. Diversamente della maggior parte delle nostre fanciulle di buona famiglia, dacchè aveva cominciato a pensare al mistero della vita, non era rimasta indifferente agli innumerevoli quesiti, che le si presentavano alla curiosità della mente. Voleva saper tutto continuamente e tormentava sua madre, che talvolta, messa tra l'uscio e il muro, le rispondeva frottole da non dirsi. Quanto più essa la pregava di non farle certe domande, tanto più la Elisa si sentiva presa dalla smania di fargliene un sacco. Su molti punti, specialmente del mistero immenso, essa dubitava ancora; era scettica, non incredula; su altri, essa si era formata un'opinione tutta propria ed incrollabile. In fondo, ell'era socialista senza saperlo. Nè quelle sue verginali certezze erano frutto di lunghi pensamenti fra sè stessa o di ragionamenti con altri; erano intuizioni lucide, portate dal buon senso e dal criterio, che la inducevano a pensare certi veri nobilissimi, da nessuno rivelati, ma dai quali le pareva che non si sarebbe scostata, ancorchè le avessero inflitto il martirio.
Fanciulle siffatte sono rare a Milano. Non tanto quanto si potrebbe credere, ma rare.
Certo, e forse a ragione, si dice che un'Eulalia romana, al giorno d'oggi, non sia più possibile. Pure la Elisa era proprio della stoffa di Eulalia romana. Eulalia, sapete bene, fattasi cristiana a sedici anni, quando fu accusata e trascinata dinanzi al pretore, avrebbe potuto avere salva la vita, soltanto che avesse consentito a metter un granello d'incenso sul tripode, che ardeva dinanzi all'abiurato idolo pagano. Ella era così giovinetta e così bella, che il pretore, estasiato, avrebbe voluto, forse a suo malcosto, salvarla. Egli le offerse lo scampo. Eulalia diede uno schiaffo all'idolo, sputò in faccia al pretore e fu mandata alla croce, il patibolo dei cristiani.
La Elisa teneva di questa tempra diamantina. Per una di quelle inesplicabili contraddizioni femminili, che formano la disperazione dei fisiologi, ella era timidissima e arrossiva tutta e quasi tremava se si trattava di mettersi in vista, di presentarsi in un salone a spalle nude, vestita da ballo, o di entrare in un caffè affollato di gente, che al suo apparire spalancavano gli occhi e la mangiavano cogli sguardi, sussurrandosi all'orecchio le ammirazioni desiose e le frasi procaci. Ma se si trattava di un pericolo serio, fosse pur stato imminente e misterioso, dinanzi al quale tanti uomini smarriscono il sangue freddo, ella si mostrava calma ed intrepida.