—Avrò torto—diceva la Elisa al conte—ma a me Vittor Hugo qualche volta fa l'effetto di un uomo che sia lì lì per diventar pazzo. Il marchese mi disse un giorno che questo è il carattere del genio. Sarà! lo sfido a non ridere qualche volta di certe frasi di Vittor Hugo. Per esempio mi ricordo questa:

"Un profondo rumore soffiava nella regione inaccessibile."

Se invece di essere Vittor Hugo che ha scritto questa frase fossi io, a quest'ora mi avrebbero condotta al manicomio. Un profondo rumore che soffia? E nella regione inaccessibile? Ma cosa vuol dire? La si capisce così a occhio e croce; ma è genio codesto? Il genio, mi pare a me, dovrebbe consistere nel dir chiaramente le cose più difficili ad essere pensate da altri, non nel paccucchiare delle frasi con delle parole assurde. Il Rubieri per spiegarmi la cosa mi diceva che i romanzi di Vittor Hugo vogliono essere tutti poemi cosmici, e che egli crede in buona fede di essere il nuovo Cristo delle miserie umane; ma se è così egli è un Cristo che ritiene i suoi discepoli e i suoi lettori altrettanti badaux, che lo devono capire a lume di naso.

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La Elisa a dicianove anni era dunque riuscita una piccola enciclopedia ambulante. Si guardava bene dal farne sfoggio, ma lo era. Tutte le arti graziose essa le aveva imparate con una rapidità sorprendente, quantunque sentisse che tutto questo attiraglio di cognizioni superflue non le avrebbe servito a nulla nei suoi rapporti col giovane al quale la si era votata.

Quanto agli altri che cosa importava a lei di comparire più o meno istrutta?

Sciaguratamente l'Enrico diceva di amarla, ma non l'apprezzava. Egli era freddo, preoccupato, distratto, sviato. Egli era altrove co' suoi pensieri, co' suoi desideri, coll'anima, e pur troppo spesso anche col corpo. Elisa capiva tutto questo, e ne soffriva, pur dissimulando con dignità il suo dolore. L'allegria del conte quand'era con lei era forzata. Le sue stesse espansioni, i ricordi, le tenerezze erano tutte superficiali. Si capiva che dopo un'ora che era stato con lei il giovinetto cominciava a trovarsi sulle spine, e desideroso di prender il volo. Altre passioni, altre illusioni lo chiamavano altrove.

Egli aveva veduta Nanà.

La Elisa ne era mortificatissima; ma non lasciava trapelar nulla neppur a sua madre.

Al marchese una volta aveva lasciato capire qualche cosa del suo cordoglio. Ne era stata consolata con una frase francese: "Il faut que jeunesse se passe."