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Stavano dunque radunati nel salotto attiguo alla sala da pranzo il notaio, le due donne e il marchese, che era venuto come il solito, verso le otto a far la sua visita per trovarsi fra gli amici di casa e per vedere l'Enrico.
Il babbo schiacciava un sonnellino.
Il marchese parlava colle due donne di cose indifferenti. Elisa era distratta.
La Elisa quel giorno s'era levata con un grande progetto in testa. Un progetto che le si era presentato come un'enormità, ma che sentiva esser diventato necessario. Lo aveva pensato la notte dopo avere sparso sul vergine origliere alquante lagrime di dolore, al solo pensiero di trovarsi obbligata a metterlo in pratica, l'aveva covato tutto il giorno, l'aveva rifiutato e riaccettato venti volte.
Il progetto era di mostrarsi molto gentile con Aldo Rubieri, per vedere se Enrico se ne risentisse, per scuotere quella mortale indifferenza in cui egli era immerso e che la faceva morire di segreto cordoglio; per suscitare insomma nel suo amante un poco di gelosia. Ella sapeva bene che questa piccola commedia le sarebbe costato un grandissimo sforzo. Fingere? Lei? Eppure non le rimaneva altra speranza che quella. Se l'Enrico si fosse mostrato insensibile anche a quel tratto, ella sarebbe andata a farsi suora di carità.
È lecito pensare che lo sforzo del far un po' la civettuola con Aldo
Rubieri non fosse poi tanto sovrumano, neppure per lei.
Aldo non era un uomo ordinario; ed era bello, forse più bello del conte.
E poi la donna ha in sè un istinto di civetteria così spontaneo, che nulla nulla se ne immischi il bisogno o se ne presenti il pretesto, essa lo mette in opera quasi senza addarsene, forse suo malgrado. C'è nella donna come un fuoco sacro, che non si spegne mai, ed è quello sopratutto di piacere a tutti, per piacere di più ad un solo.
Quando Aldo si presentò—prima del conte—la Elisa stava passeggiando al braccio del marchese il quale era beato anche lui di sentire il braccio della giovinetta che doveva formare la felicità del suo Enrico, pesare sul suo.