—Ma e gli affari allora?—osservò il conte—gli uomini d'affari non sono forse continuamente e peggio di noi colla testa e col cuore, nelle loro speculazioni?
—Colla testa e col fegato forse—rispose Nanà,—col cuore no. L'uomo d'affari quando è chiusa la borsa o il banco non è più uomo d'affari. Voi altri artisti, no. Voi altri restate continuamente artisti in città ed in campagna, di giorno e di notte, d'inverno e d'estate.
—Dunque voi Nanà sareste gelosa della mia tavolozza?
—Non della tavolozza ma di ciò che ferve nella vostra testa, di quell'ideale che sta in voi e che è più potente delle mie grazie e del mio cuore.
Enrico naturalmente depose la tavolozza e come attirato verso Nanà fece due passi verso di lei e si fermò a guardarla in estasi.
Essa era la calamita.
Egli il ferro.
Nanà s'accorse che il suo pittore ricominciava a perdere la calma impostasi dacchè gli aveva detto sapere ch'egli amava la Elisa. E volendo gettare un poco di acqua su quella fiamma che si riaccendeva sotto la cenere, per avere il gusto di ravvivarla più tardi:
—Del resto—disse—una volta che io fossi maritata non penserei più a nulla, non vorrei avere più nessuna responsabilità… giacchè è questa sopratutto che mi pesa; starei sdraiata tutto il giorno a leggere o a dormire. Lui dovrebbe pensare continuamente a volermi bene, a soddisfare i miei capricci, alla casa e ai figli se ne venissero….
Enrico s'era accostato a lei, e ridendo diceva: