La Romea scoppiò a ridere, di quel suo riso amarognolo e forzato, il quale, a dir vero, faceva contrasto colla bellezza delle sue labbra e dei suoi denti smaglianti.

—Lei fa il disinvolto—ripigliò—ma noi sappiamo tutto.

—Che cosa sapete?—domandò colla sua voce spenta il Bonaventuri, cercando di farsi credere annoiato.

—Che lei è innamorato morto della Nanà.

Silvestro alzò le spalle.

Il fattorino intanto gli aveva recato dinanzi il vassoio col bicchiere del Fernet e aveva mesciuto.

La Romea, quando il fattorino tornò verso il banco, gli scoccò a bruciapelo un'occhiata furtiva e furibonda, una vera occhiata antropofaga.

Il giovine capì d'aver commesso un altro sproposito e da buon ragazzo che vuol istruirsi, accostò la faccia a quella della padrona, la quale sottovoce gli susurrò:

—Asino, marmotta, imbecille, tu ne versi sempre troppo per venti centesimi. T'ho detto due dita, due dita, due dita, non più!

Silvestro intanto aveva cavato di tasca un libretto di memorie e s'era messo a far delle annotazioni, come per indurre la Romea a tacere.