—Che tu credi che io non ti ami più.

—È vero.—domandò Elisa.

—Ebbene, ti giuro di no—riprese con accento sincero il conte.—Credilo, Elisa, io ti giuro che sento di non voler bene davvero che a te sola.

Elisa sospirò, ma non disse parola.

—Però, siccome non sono capace di fingere con te, mia buona Elisa, ti dirò tutto. Forse sì, sono andato a rischio di cadere nei lacci di una donna… una donna che non vale un tuo capello… ma per puro capriccio, vedi, non per cuore. Ma quando ti vedo, quando sento la tua voce, quando guardo nei tuoi occhi tanto belli e sinceri, mi par impossibile di avere avuto un pensiero per un'altra donna.

—Ah! dunque non mi sono ingannata—disse la Elisa.—Qualche cosa c'è per cui io non debba più sperare…?

—No, te lo giuro—interruppe Enrico—non c'è nulla. Tu mi credi, n'è vero Elisa? Tu lo senti che io sono sincero, e che non ti voglio bene proprio di cuore che a te sola….

—Ebbene sì, ti credo—rispose la fanciulla con infinita grazia—perchè guai a te se poi tu m'ingannassi. Sarebbe come ingannare un bambino. Io non so nulla di ciò che voi pensiate, nè che proviate per certe donne… ma so che tu mi fai soffrire.

Queste parole furono dette dalla vergine, con una ineffabile espansione.

—Ah, se anche tuo padre non fosse l'uomo che egli è—sclamò Enrico quasi per scusarsi—se non fosse lui che mi sforzò a far la vita che faccio.