—Oh, ma perchè?
—Perchè io sento di essere indipendente e superbo, ed egli mi trattò sempre come un fanciullo, e non come un uomo di ventiquattro anni che fra poco sarà padrone del proprio avere. Lui crede che io debba pensare come lui, far la vita che fa lui, avere le sue abitudini, le sue idee, le sue spilorcerie. Egli mi ha fino rimproverato un giorno, perchè avevo fatto un'elemosina. È insoffribile. Non è degno d'essere tuo padre.
—Ah, Enrico, non dire così!
—È vero, Elisa, scusami—sclamò il conte ridendo.—Ma tu, sarai per me la più cara creatura di questo mondo. Fin da quando avevo dieci anni e tu non ne avevi che cinque, il primo pensiero d'amore che passò nella mia testa fu per te. Io sento di essere tuo e che nessuna donna potrà prendere il tuo posto qui nel mio cuore.
—Allora giurami—disse la Elisa—che non la vedrai più questa donna.
—Ebbene, te lo giuro—rispose Enrico sincero. Ma poi soggiunse:
—Ti giuro che ci andrò ben di rado e che non le dirò mai più nulla che ti possa dar ombra.
—Ah no, tu non devi vederla mai più.
—Ma, mia cara, farei una figura molto ridicola co' miei amici…. Si direbbe ch'ella mi ha messo alla porta. Tu non vuoi, Elisa, ch'io diventi ridicolo.
—No, ma io vorrei che tu mi promettessi almeno di non vederla più da solo a sola.