Nanà si guardava le unghie e taceva anch'essa.

* * * * *

—Ti ricordi, Nanà—riprese Enrico con calma—d'avermi detto un giorno che non avresti sposato mai un artista?

—Mi ricordo—rispose ella ridendo—ma allora io non ti conoscevo come ti conosco adesso e non sapevo che tu mi avessi amata così. Oggi io, pigliandoti, sposerei un uomo che sono certa non ha per me soltanto un capriccio, ma un sentimento sincero e profondo.

—Ma io ti volevo molto bene fin d'allora, perchè credo d'essermi invaghito di te fin dal primo momento che i miei occhi hanno incontrato i tuoi.

—Sempre la stessa cosa!—sclamò volubilmente Nanà.

"Da quel dì che t'ho veduta

Bella come un primo amore"

E come se scordasse sull'istante che in quel punto Eurico le stava parlando appassionatamente d'amore, ella si mise sul tabourè del piano e cominciò a cantare la cavatina di Verdi.

Enrico restò come atterrato. Egli non conosceva ancora quella donna. Se Nanà, quando le era cascato in mente di trarre dai tasti del piano la cavatina di Carlo V, si fosse trattenuta e ne avrebbe fatta una piccola malattia. È isterismo, dicono i medici. Chi non lo sa?